I New Jersey di Bini, l’ossessione per la lingua e la pianura

Terza raccolta dell’autore emiliano che ci guida attraverso una provincia trasformata nei versi in pretesto e metafora di una tensione primitiva



La poesia parla dell’uomo, è il suo focus, l’ossessione è la ricerca di un senso, o forse la possibilità di trattenerne qualcuno tramite la scrittura. Marco Bini ci conduce dentro questo percorso, senza troppe risposte, anzi, sosta all’interno di una linea precisa, quella dell’osservazione. D’altra parte lo dice lui stesso in esergo: “La poesia è la miglior scuola di insicurezza che ci sia”, citando Brodskij.


Bini è poeta emiliano che ha già in attivo due raccolte in versi, ora è la volta di “New Jersey” (Interno Poesia Editore, pag. 104, euro 11). Un New Jersey emiliano, tutto pianura e collina dove certo l’alluminio dei cartelli stradali dichiara in cifre le distanze, ma a differenza di quello originario non ci sono ponti per il centro. Naturalmente osservare ed esperire la vita non è la stessa cosa che scriverla, nella carta la felicità potrebbe essere “perfetta e non si regge”.

Il poeta ci guida attraverso una provincia che nei versi diviene pretesto e metafora di una tensione (anche) primitiva. Modena è fatta come un cuore, ma è anche una “Nazareth pedemontana” o un “esordio eterno”, pur mantenendo il territorio una mappa materica e medioevale (come Formigine), dove anche “l’occhio si stacca dall’idea di eterno”. Una zona quasi distopica, a tratti, che l’autore ci restituisce con riferimenti a McCarthy o all’Apocalisse. Ma non solo. Si apre anche una soglia borderline di comunione dei vivi e dei morti di raboniana memoria, come a Vignola dove gli abitanti paiono sospesi o nascosti in un “fuorigioco abissale”. Insomma nulla è certo, come incerto è il nostro bagaglio di informazioni genetiche, riconoscibile nei volti e nei suoni della voce, al limite, non nel pensiero di mani che mettono “in sesto il mondo”.

Ed è proprio nella terza sezione del libro che Bini si fa più audace, scalfisce la lingua mantenendone il ritmo. Lo dice bene Cristiano Poletti nell’introduzione, il merito dell’autore appunto è di coniugare una lingua schietta con l’endecasillabo. Forse sarà questa stessa struttura ossimorica che dà al terzo movimento della raccolta un apice emozionale, lirico (soprattutto in poesie come “L’impazzimento per la neve”), un climax crescente che si conferma nelle sezioni successive, in incipit convincenti come: “Nulla di conforto, tutto fuori posto”. Ma per quanto “New Jersey” ci racconti una storia che è (anche) la nostra storia, per quanto il tratteggio delle domande si profili attraverso luoghi e persone, rimane il fatto che la raccolta ha un suo forte fondamento metaletterario. Perché l’ossessione di Bini è la lingua, che va scaldata come l’eroina e diviene “mano armata / dei sentimenti”. E certo “spinge, buca e poi dilaga il corpo in senso”.

Questo fa il poeta per l’intero tragitto, a costo di perderci tutto, che non sarebbe comunque una perdita “ma grazia superiore “ anche se inevitabilmente si giungerà a “spegnere tutto senza averci capito niente”. —

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