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Ilaria Tuti attraverso il sogno di una bambina racconta un dramma sulla rotta balcanica

Ilaria Tuti

Esce giovedì per Longanesi il nuovo giallo della scrittrice di Gemona, nato in pochissimo tempo, dopo un lutto familiare e con uno scopo benefico 

TRIESTE Una bambina che ha confidenza col buio, luci danzanti nella notte come presenze aliene, un sogno che nasconde una terribile verità. Teresa Battaglia, l’investigatrice creata dalla scrittrice di Gemona Ilaria Tuti, ritorna sul campo per districare una vicenda dove ancora una volta, come nel primo thriller della serie, “Fiori sopra l’inferno”, protagonisti sono i più piccoli. Bambini vittime di violenza e avidità, bambini emarginati dall’ignoranza degli adulti. Con una licenza autoriale, la nuova indagine si connette dunque cronologicamente alla prima, come se i fattacci, l’omicidio e le mutilazioni, che sconvolsero l’immaginario paese nelle Dolomiti friulane, Travenì, fossero appena accaduti, rivelando al lettore la capacità di Teresa di entrare in sintonia con gli interlocutori più fragili, piccole vittime di anafettività e indifferenza, e un colpevole adulto, a sua volta un bambino abusato e tradito.



Esce giovedì “Luce della notte”, quarto romanzo di Ilaria Tuti per Longanesi (pagg. 280, euro 18), che riprende il filo giallo dopo il successo del romanzo storico dell’anno scorso, “Fiore di roccia”, dedicato alle portatrici carniche. Il nuovo libro, che ha visto la luce in pochi mesi, ha una genesi dolorosa e particolare, nasce dall’urgenza di tornare alla scrittura come lenimento dopo un terribile lutto nella famiglia di Tuti, la perdita della nipotina Sarah, neanche nove anni, portata via dal sarcoma di Ewing. Per questo la scrittrice ha deciso di devolvere tutti i proventi del libro al Centro di riferimento oncologico di Aviano, per la ricerca su questo morbo terribile che colpisce in particolare bambini e adolescenti.



Anche Chiara, tutta gomiti e ginocchia, capelli lunghi e biondi e una passione per il rock di Stevie Nicks, è una bambina speciale, costretta da una malattia rara a proteggersi dalla luce del sole. La protagonista della nuova storia vive senza amici, isolata e guardata come un piccolo mostro dai coetanei, che la stupidità dei grandi trasforma in involontari aguzzini. Chiara ha sognato luci muoversi nella notte, ha visto un albero sulla cui corteccia una stella e una mezzaluna piangono una scia di lacrime rosse, ai suoi piedi ha immaginato di affondare le mani nel cuore di un bambino sepolto. Solo le fantasie di una piccola reclusa, condannata al buio? Sua mamma non la pensa così e contatta l’ispettrice Battaglia, diventata celebre per la sua empatia con i bambini dopo il caso Travenì, per scoprire se ci sia qualcosa di vero in quei sogni.

Strimpellando la chitarra su una versione stonatissima di “The Chain” di Stevie Nicks, Teresa comincia a costruire un timido rapporto con Chiara. Lo stesso, con trepidazione e cautela, fa con Andreas, l’assassino di Travenì, che visita nella struttura psichiatrica per leggergli “La strada” di Cormac McCarthy, storia di un padre e di un figlio che camminano insieme, come lui non ha potuto fare.

Quelle di Chiara non sono fantasie. Forse ha visto qualcosa o ha ascoltato parole di adulti. Una debole traccia, il disegno su un’acacia ispirato a una simbologia religiosa antichissima, mette Teresa e il suo vice Marini sulle tracce di un traffico legato all’attualità di questi giorni. Era il 31 ottobre 1995 quando una decina di profughi attraversava il Carso, in fuga dall’inferno dell’ex Jugoslavia. Da oltre vent’anni la rotta balcanica porta un mare di disperazione ai nostri confini, dove spesso si infrange contro un muro insormontabile. Perchè dell’undicesimo profugo fermato quella notte manca la fotografia? E di chi è il sangue con profilo genetico misto trovato sotto l’albero indicato da Chiara?

Teresa Battaglia comincia a indagare. E la comunità a poco a poco schiude i suoi segreti: la disavventura professionale del padre che ha portato la famiglia della bambina all’isolamento, un vecchio bracconiere che conosce i boschi e le piste, un poliziotto strangolato dai vizi, un romantico boss della mafia jugoslava animato dal senso di giustizia.

Più che un’indagine, quella di “Luce della notte” sembra una favola di Natale. Che fa ritrovare chi era stato separato dalla brutalità degli uomini, che restituisce a una bambina “diversa” il diritto di vivere come gli altri. Le complicazioni dell’intreccio, cui Ilaria Tuti ci ha abituato, lasciano spazio ai caratteri dei personaggi e alle loro interazioni: Teresa e Marini cominciano a conoscersi e a scoprire le proprie fragilità (poi, sappiamo, il rapporto maturerà nell’altro thriller già uscito, “Ninfa dormiente”), Teresa e Andreas, la poliziotta dalla lunga cicatrice sulla pancia, e l’assassino guerriero, si riconoscono “nel ventre caldo e buio dell’amore per un figlio”, che a entrambi è stato strappato.

Erano solo un sogno le luci danzanti? L’indagine si ferma sull’orlo del mistero più grande, quello che lega gli individui e li porta a riconoscersi nel dolore, nello spazio dove i cuori continuano a battere insieme, anche quelli di chi non c’è più. —

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