Le onde di pietra dei Calanchi di Sterna dove l’Istria assomiglia a una Luna

Il cane Aron è il "guardiano” dei Calanchi di Sterna e accoglie festosamente i visitatori, saltando sicuro tra le sue onde di pietra

Ogni storia ha bisogno di buoni maestri e custodi animati dalla curiosità 

TRIESTE Ho recentemente visto il bellissimo documentario Honeyland, la terra del miele, tre anni di produzione e oltre quattrocento ore di girato per i due giovani registi macedoni che li hanno saputi trasformare in un affresco sulla vita di Hatidze Muratova, un’apicoltrice di quella Macedonia a ridosso dei Balcani, luogo di pietra e vento che potrebbe essere ovunque. Questi piccoli capolavori del cinema offrono in tempi di doveroso distanziamento sociale una straordinaria opportunità: esplorare microcosmi a noi per molti versi lontani e magari farceli sentire più vicini. Fin dai primi fotogrammi ho capito che non mi avevano portato altrove, ero esattamente in qualche posto dei miei ricordi di bambina quando andavo a curiosare luoghi remoti del mondo di allora, per ritrovarmi sempre, in fondo, un po’ a casa. Durante il film riuscivo persino a immaginare l’odore della pietra riarsa dal sole e l’odore dell’elicriso, ma sentivo anche il rumore della vita nella mia casa con gli scuri blu di Caldania, un luogo che amo molto, in cui si mescolano le mie avventure infantili per boschi e ciliegie alle letture di Calvino nella frescura della soffitta.

È difficile stare lontani da ciò che si ama, e quando accade bisogna stare attenti affinché la nostalgia rimanga una dolce carezza e non diventi ossessione. L’Istria è una terra multilingue, fiera di quella mescolanza che supera molti confini. Tanti maestri nel leggere la complessità di queste terre hanno conservato con orgoglio appartenenze plurime, come Fulvio Tomizza che, in un meraviglioso documentario, è nella sua Momichia, poco lontana da quella famosa Materada che è il titolo del suo romanzo più famoso, e si incammina in abiti da lavoro tra le vigne. È di spalle ma lo sentiamo gridare “Ive” finché dal filare più lontano gli fa eco l’amico e si mettono a vendemmiare insieme. Sarebbe saggio e rivoluzionario adottare il vecchio indirizzo di comportamento e struttura che lo stesso Tomizza aveva “proposto per la gente del confine: sostituire l'autoritario e consuetudinario "aut-aut" col dimesso, quasi disperato e insieme fiducioso associativo dell'"et-et". E non solo per la capacità di tenere insieme città e campagna ma anche le diverse culture che qui hanno trovato, per svariate ragioni, il paesaggio del loro vivere, la loro casa.


Come per Hatidze e Fulvio, i mondi che amiamo s’imprimono nella nostra memoria attraverso immagini e negli ultimi mesi per la serie di documentari “Mosaico Adriatico” ho lavorato moltissimo con la bellezza dei mondi plurali dell’Alto Adriatico. Nella mia memoria, i luoghi sono legati alle persone che li hanno dischiusi per la prima volta all’esperienza, persone che con pudore e discrezione hanno condiviso le loro storie consegnandoci un prezioso tesoro da tramandare. Questi documentari sono legati, tra le tante, all’immagine di una radiosa giornata di gennaio dell’anno scorso. Sto aspettando i miei compagni di viaggio per una nuova avventura, andremo sulle tracce del sentiero dedicato al geologo di origine buiese Carlo d’Ambrosi, autore di importanti ricerche geologiche sull’Istria ma soprattutto sulla sua inconfondibile terra rossa. La naturalista e scrittrice fiumana Chiara Veranić e suo marito Boris mi raggiungono nella mia casa di Caldania e da qui si parte per la cascata di Butori, uno dei grandi inghiottitoi istriani, che segna il passaggio dalla pietra argillosa impermeabile al bianco calcare che non trattiene l’acqua che scappa nelle viscere della terra. Ci fermiamo poi a Sterna, per l’intervista di rito all’abbeveratoio della chiesa di San Michele, e ammiriamo la mescolanza di terre che si trova in un campo poco distante, dove si passa, in un breve tratto, dal rosso tiziano, porpora e ramato al giallo-grigio delle marne. Il mio cameraman sorridendo dice: «Chissà come si chiamerebbe il vino che verrebbe fuori se piantassimo una vite di refosco proprio lì».

Tanti mi hanno parlato del luogo che stiamo per raggiungere, sembra di stare sulla Luna e invece sei in Istria. Non è facile da trovare e, forse, è meglio così visto che si tratta di un ambiente delicato e soprattutto magico, che merita rispetto e passo leggero. «Si tratta dei calanchi di Sterna – mi spiega Chiara Veranić – modificati continuamente nella forma dalle acque piovane. Quando la penisola istriana era ancora sommersa dal mare, si sono qui depositati sedimenti portati dalle correnti o frutto di frane sottomarine». Anche questo ambiente sembra altrove e invece ci parla della storia dei millenni che hanno plasmato ciò che oggi appare come una distesa di onde di pietra e, quanto le api selvatiche di Hatizde, hanno qualcosa di profondamente familiare. L’immagine di Chiara sorridente tra le dune dell’Istria, a giocare con le ombre tra gli sconosciuti Calanchi di Sterna, mutevoli, mai uguali perché tormentati come le sue genti da piogge e tempeste. Ogni storia è una storia a sé, che ha bisogno di buoni maestri e custodi animati dalla curiosità per un microcosmo unico che è il ritratto della complessità in ogni sua sfumatura. La terra è di chi la ama e la rispetta diceva il poeta rovignese Ligio Zanini, e Chiara Veranić è stata una straordinaria maestra a cui devo gratitudine e riconoscenza per avermi fatto cogliere un pezzo in più della bellezza di “casa mia”. —


 

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