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Di Trieste ci si può innamorare ma volerle bene è difficile perché il suo carattere è la diffidenza

Elody Oblath, tracce oltre il tempo. Manuela Trimboli, illustratrice e graphic designer. Ha pubblicato tra gli altri per La Meridiana, Coccole e Caccole, Besa, Aliante, Acco, Franco Panini,Luna, Edizioni di Pagina.

Qui ci sono scrittori dell’altro mondo, non si scoprono mai per intero ed è meglio non indagare fino in fondo

TRIESTE. Di Trieste ci si può innamorare, volerle bene è più difficile. La sua malìa nasce dalla diversità, la difficoltà del suo carattere dalla diffidenza. È stata detta scontrosa e non lo è, forse non ha acqua sufficiente per mettere radici e nutrirsi e crescere. Città di pietre carsiche e natura rattratta in sé stessa, di selciati e asfalti. Splendida dall’alto, da Muggia a Miramare, un po’fosca da vicino, fra il freddo delle architetture del nord per lo più neoclassiche e certe veneziosità di aspirazione. Ha da un lato dal mare e dall’altro il baluardo dell’altipiano, si trova cioè tra due frontiere naturali che si aggiungono a quelle artificiali. Una città diversa da tutte le altre.

Poi c’è la Trieste del mito culturale che splende nella prima metà del XX secolo. Svevo, Slataper, Saba, Stuparich. Ma i miti sono nati ieri e se durano sono sempre di luce riflessa e di vagheggiamenti. Città che ha la singolare qualità di essere una delle tante città di oggi che però, con il passare delle generazioni, ha mantenuto la stessa fisionomia e lo stesso comportamento. Difficile da vivere per chi vive con la volontà di adeguarsi ai tempi e di guardare all’avvenire. Confesso, io di Trieste non ho mai capito molto. Forse non esiste, a meno che non la si cerchi sulla cartina geografica, perché a viverla da dentro si ha l’impressione che non c’è.

A Trieste non c’è scampo: è com’è, sta dov’è, in attesa degli eventi. Ma quali? Sempre incerte sono le sorti dell’Europa, fra Occidente e Oriente. Per cui? Mugugna. Trascurando la sua più grande qualità, che se non è di conciliare gli opposti è almeno di farli convivere. Frutto di questi contrasti quella che si chiama la “triestinità”, per certi versi indecifrabile? Luogo comune la sua non identità? E cosa significa essere scrittori a Trieste? Vuole dire subire il saliscendi delle sue vie, la sua “aria tormentosa”, ora brezza ora bora, le sue architetture in buona parte ottocentesche. Siccome lo scrittore respira l’atmosfera che ha intorno, non succede che lo scrittore che ci vive ambienti la sue trame in altri posti. Perché, schiavo di se stesso, è schiavo di Trieste.

Essere scrittori a Trieste significa accettare il giudizio della gente non per quello che si scrive ma per quello che si è, dimostrando di avere le carte in regola, cioè un’occupazione “seria”. Del resto Saba, più poeta che libraio, fu sempre osteggiato per la pretesa di vivere dei suoi versi e Svevo, più industriale che scrittore, fu rimproverato perché perdeva tempo a scrivere “stupidaggini”. Essere scrittori a Trieste significa accettare l’etichetta di mitteleuropei, non rientrare in nessun schema critico come la città non rientra in nessuno schema comunitario. E così è perché Trieste e i suoi scrittori, di ieri e di oggi, sono “cose” del tutto particolari, d’altro mondo: non si scoprono mai per intero e meglio non indagare fino in fondo.

Stelio Mattioni, mio padre, uno dei pochi romanzieri triestini d’invenzione del dopoguerra, autore di storie misteriose e grottesche, tra i primi autori Adelphi, ha ambientato tutte le sue storie in una Trieste a volte solo allusa ma riconoscibile, a volte descritta minuziosamente. “Perché mi è comodo, mi sono familiari esterni e interni. Avete presente De Chirico? Le sue piazze rigorosamente disegnate e deserte in cui campeggia un enigmatico fantoccio metallico coi bulloni in vista e al posto della testa un ovoide senza fisionomia? Bene, le mie storie non sono la stessa cosa ma ci si avvicinano per l’atmosfera, e la ragione è che sono un triestino che così vede Trieste” ha scritto.

E ancora “chiedere a un triestino come me, nato pochi anni dopo la fine della prima guerra mondiale, da genitori e nonni nati a Trieste, di parlare di questa città, è come chiedergli di dire perché è nato così e proprio qua, con quei chiodi e quelle bozze in testa, pretendendo di indurlo a fare un’analisi che non può e che non sarebbe obiettiva”. A questo punto mi viene un dubbio: essere scrittori a Trieste non è come essere scrittori in qualsiasi altra città? Eh no, Trieste è un’altra cosa. –

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