“Trije ste”: siete tre, dove da sempre la letteratura si fa compresenza (e non rimozione) dell’altro

Rozzol Melara, leggere nell’utopia. Susanna Tosatti, triestina, vive a Milano e collabora con i principali editori italiani. Ha pubblicato nel 2018 il libro illustrato "Marta e gli uccellini" per Emme Edizion

Qui serve interculturalità, mutua conoscenza, interscambio tangibile tra le diverse comunità, culture, lingu

TRIESTE Sorrido ogni volta risfogliando quella pagina ingiallita dal tempo, quell'articolo del giornaletto satirico «Jurij s pušo» (Giorgio col fucile) che celiava nel secondo Ottocento sull'etimo Trieste... Tra faceto e serio lo faceva derivare dal sintagma sloveno «trije ste», siete in tre, alludendo alla locale convivenza di italiani, sloveni e tedeschi, alla secolare commistione, nelle terre dell'alto Adriatico, delle tre grandi civiltà europee: latina, slava, teutonica. Peraltro, in perfetta assonanza d'idee con Slataper che chiosò nel 1912: «Ogni cosa è duplice o triplice a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con l'etnicità».

Poco dopo, al termine della Grande Guerra quell'operosa multiculturalità emporiale sarà cancellata dall'irredentismo, dal fascismo, dall'ideologia dello stato-Nazione che imporrà alla pahoriana «città nel golfo» un'innaturale, monodica, esclusiva italianità, anzi, una superlativa, assoluta italianissimità. Ma la letteratura – sublimazione artistica della vita capace di restituirci una verità più vera del vero, «confessione», secondo Pessoa, «che la vita non basta» ‒ non può tollerare i diktat della politica o della storia, rinunciare al libero pensiero, alla critica. Perlomeno quella con la L maiuscola.

È stato così anche per la grande letteratura triestina che ha continuato a nutrirsi della repressa multiculturalità cittadina pure nel travagliato Novecento, talvolta con orgogliosa ostentazione, altre volte con carsica, inconfessata sotterraneità. Slataper che fustiga ne Il mio Carso il «mongolo» slavo dagli «zigomi duri», ma per spronarlo da mazziniano fratello al risveglio culturale e nazionale... Svevo che non fa quasi cenno all'autoctona presenza ebrea, greca, armena, tedesca, slovena, serba o croata distillandola però tutta nella moderna inquietudine della propria narrativa... Saba che proclama tra i vociani a Firenze: «Ero fra lor di un'altra specie»... Al pari di Kosovel che, studente mai davvero ambientato a Ljubljana, frequentava nostalgico la stazione ferroviaria per guardare i treni in partenza verso Trieste e il suo Carso... O come il triestino Bartol che confessò con franca fierezza ai connazionali d'oltreconfine di essere uno scrittore diverso perché già «da bambino guardava ogni giorno le navi provenienti da tutti i continenti del mondo e vedeva nella sua città natale gli appartenenti alle più disparate nazioni, popoli e razze passeggiare per le vie»... O ancora come Däubler, Rebula, Tomizza e molti altri, fino ai giorni nostri...

Ecco: il tratto forse più autentico, distintivo e qualificante che ha reso apprezzate le loro pagine, che ha profilato come unica e peculiare nei rispettivi contesti nazionali, e non solo, la letteratura triestina (di lingua italiana, slovena o tedesca che sia) è proprio la compresenza dell'altro, l'intrinseca pluralità, l'ibriditudine, la creola unicità culturale, etnica, linguistica o religiosa connaturata alla sua anima... Un esempio, una lezione questa da trasferire, oggi più che mai, anche nella realtà sociale, politica, economica, portuale, universitaria o scientifica di Trieste. Senza sbandierare, come troppo spesso accade, una multiculturalità di facciata poi smentita dai fatti, non sostanziata nella realtà e non sfociata ancora nel suo naturale estuario: la fattiva interculturalità, la mutua conoscenza, l'interscambio tangibile tra le diverse comunità, culture, lingue, confessioni che abitano il medesimo territorio.

Trieste è stata Europa prima dell'Europa stessa, ma tutt'oggi ancora arranca nel concretare persino uno smilzo bilinguismo, figuriamoci il trilinguismo raccomandato ai propri cittadini dall'Unione europea. Invece, occorrerebbe far diventare carne viva il verbo letterario, recuperare dal represso subconscio la vera, plurima identità triestina, rimuovere la lacaniana rimozione dell'altro, rimarginare le ferite e condividere con mutua empatia le soggettività etniche, culturali, linguistiche e religiose che costituiscono la sua vera ricchezza. Perché Trieste è stata, è e sarà produttiva, moderna, proiettata al futuro, europea, grande come la sua letteratura soltanto così: aperta e accogliente, locale e globale, unica e plurima, una e triplice, ternaria, trina. Per l'appunto: Trije ste... —

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