E la bora rovesciò il carro funebre del duca Fouché

Il 26 dicembre di due secoli fa moriva a Trieste il “mitragliatore di Lione”, uno dei personaggi più controversi dell’Europa a cavallo tra Rivoluzione francese, Napoleone e Restaurazione, uomo sinistro, spietato e geniale

TRIESTE Due secoli fa, il 26 dicembre, moriva a Trieste Joseph Fouché, Duca di Otranto, sconosciuto ai più ma alla storia noto come “il mitragliatore di Lione”, uno dei protagonisti della Rivoluzione francese, uomo sinistro e geniale, prima sacerdote poi fanatico montagnardo che fu Ministro della Polizia di Napoleone e riuscì a conservare l’incarico sotto Luigi XVIII, di cui pure aveva condannato a morte il fratello. Ma andiamo con ordine a raccontare la storia di “uno di quei personaggi che hanno tante facce e tanta profondità in ogni faccia da essere impenetrabili nel loro gioco e che possono essere compresi solo molto tempo dopo che la partita è finita” come scriveva Balzac in “Un tenebroso affare”.

Joseph Fouché nasce a Nantes in una famiglia di commercianti ma, di costituzione fragile e inadatto ai viaggi per mare, viene destinato alla carriera ecclesiastica. Cresce così nell’ombra dei banchi della Congregazione degli Oratoriani dove impara “molte cose preziose per un futuro diplomatico: la tecnica del silenzio, la grande arte della dissimulazione, la padronanza dell’osservazione e della conoscenza degli animi” come scrive Stefan Zweig nella sua biografia di Fouché.


L’uomo che manderà alla ghigliottina Robespierre diventa professore di matematica e ora dalla cattedra continua il suo addestramento alla manipolazione e si guadagna una reputazione di uomo rigoroso e di solidi principi. “Fin dal più basso livello della sua carriera si manifesta un tratto essenziale della sua natura: la sua ripugnanza a legarsi completamente e irrevocabilmente a qualcuno o a qualcosa”, scrive ancora Stefan Zweig.

Così, quando comincia a soffiare il vento della rivoluzione, Fouché è pronto a schierarsi ma senza strafare. Viene eletto rappresentante della sua città e approda alla Convenzione. Nel turbine degli eventi, si destreggia fra giacobini e girondini ma al momento decisivo sa sempre stare dalla parte di chi vince. Così diventa proconsole e viene mandato a Lione, città ribelle, a sedare la controrivoluzione. “La città di Lione sarà distrutta; tutte le abitazioni dei ricchi saranno demolite; resteranno solo le case dei poveri, dei patrioti sgozzati o proscritti (…)” Questo è l’articolo III del decreto emesso da Fouché il 12 ottobre 1793.

A Lione Fouché si macchierà di crimini che lo inseguiranno per tutta la vita. Condanna a morte talmente tanta gente che la ghigliottina non ce la fa a giustiziarli tutti. Così il proconsole fa portare i condannati sull’argine del Rodano e li prende a cannonate. Saranno migliaia a morire sotto le bombarde fra preti e nobili. Tornato a Parigi, Fouché è temuto e rispettato. L’oscuro prete di provincia è ora Ministro della Polizia e ordisce le sue trame creandosi una rete di informatori nelle più alte sfere. Fouché sa e ricatta, usa gli uni contro gli altri per mantenere il suo potere. Una ad una cadono le teste dei suoi rivali, da Danton a Robespierre e quando Napoleone appare sulla scena, Fouché è già pronto: una delle sue confidenti è sua moglie, Joséphine Bonaparte. Il mitragliatore di Lione ci metterà un attimo a rinnegare la Repubblica per l’Impero. Napoleone detesta quell’uomo viscido e infido che si ritrova attorno ma sa che non può farne a meno. Fouché sa tutto di tutti e anche nel gabinetto dell’Imperatore riesce a mettere i suoi informatori. In questo periodo Fouché incontra sulla sua strada l’unico personaggio dell’epoca che saprà tenergli testa. Talleyrand, astuto nobile di vecchia casata, è l’opposto dell’arrivista Fouché. Uomo freddo e calcolatore, “a tal punto corazzato che riuscì ad addormentarsi mentre si leggeva un libello contro di lui”, scrive Zweig, anche Talleyrand sa che i regimi cambiano ma gli uomini restano. Talleyrand sarà però meno abile di Fouché quando, mentre l’Imperatore combatteva in Spagna, seppe prendere le redini del comando e sventare un attacco inglese in Olanda. Napoleone gli sarà riconoscente e lo proclamerà Duca di Otranto, ideando lui stesso lo stemma del prete giacobino ora divenuto nobile: una colonna d’oro su cui stende le sue spire un serpente. Nessun emblema poteva essere più azzeccato.

Arriva la campagna di Russia e poi l’isola d’Elba ma Fouché si fa sempre trovare dalla parte giusta e quando giunge la notizia di Waterloo, Fouché ora padrone di Parigi, ha già scritto a Wellington. Ha anche già preso contatto con Luigi XVIII, cui rivolgerà un regale ricatto: il trono di Francia in cambio di un posto di Ministro della Polizia. Il re è furioso ma gli conviene stare al gioco. E forse è qui che Fouché tira troppo la corda della sua fortuna.

Quando i Borboni si insediano, qualcuno dalla memoria lunga si ricorda del montagnardo che votò la morte di Luigi XVI. Il cerchio si stringe. Ma Fouché fa ancora paura. Per allontanarlo da Parigi gli viene affidato l’incarico di ambasciatore a Dresda. E appena arriva nella sede diplomatica viene raggiunto dalla condanna di regicida. Qui finisce la carriera del mitragliatore di Lione e comincia la sua vita di esule.

Mosso a compassione, Metternich gli concede la cittadinanza austriaca ma a Vienna non lo vuole vedere.

Dopo una tappa a Praga, dove nessuno lo vuole frequentare, trova rifugio a Linz, cittadina spenta e noiosa che come scrive Zweig ,“in tedesco fa rima con Provinz”. Metternich ha ancora pietà di lui e infine lo lascia andare a Trieste.

Qui Fouché trova una piccola comunità di esuli francesi che gli perdonano tutti i suoi tradimenti e lo accolgono con calore. Sono della compagnia Jerôme, Caroline e Elisa Bonaparte.

“Porto franco di sovrani spodestati, di sovrani falliti” dice Mario Praz di Trieste in un suo articolo dell’8 marzo 1978. E nel palazzo Vicco di Via Cavana, Fouché sembra passarsela bene. “Dal punto di vista climatico, non c’è niente di meglio da desiderare che il sole di Trieste”, scrive a Elisa Bonaparte, come riporta Jean Duhamel nel suo “A Trieste sur les pas des Français”. Ma l’inazione e la frustrazione di essere stato messo da parte gli avvelenano il sangue.

Come Napoleone a Sant’Elena, Fouché a Trieste si ammala e muore, un anno prima del suo imperatore.

A Trieste Fouché si era portato tutti i suoi archivi, con l’intenzione di scrivere le sue memorie e di vendicarsi così dei suoi nemici, lui che conosceva i segreti di mezza Francia.

Ma prima di morire ordina a suo figlio di bruciare tutto. “Si fece un grande fuoco e agli occhi del moribondo la stanza si riempì di fantasmi sinistri: (…) migliaia di lionesi mutilati, maciullati, falciati, il mondo della Rivoluzione e quello dell’Impero sprofondati (…).” Scrive sempre Jean Duhamel. Joseph Fouché fu sepolto nella cattedrale di San Giusto dove rimase fino al 1875, quando venne riesumato e trasportato a Parigi.

Si narra che il giorno del suo funerale una tempesta di neve si abbatté su Trieste e soffiasse sulla città una bora così forte che lungo l’erta di San Giusto rovesciò il suo carro funebre. —

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