In “His House” l’immigrazione diventa un horror psicologico

Bol Majur e sua moglie Rial precipitano da un inferno all’altro. Assieme alla piccola Nyagak fuggono da un villaggio del Sudan devastato da una sanguinosa guerra civile e, in cerca di futuro, attraversano il Mediterraneo. Ma solo la coppia sopravvive. Dopo aver assistito a ogni genere di orrore, trovano asilo in un centro profughi del Regno Unito, dove viene offerto loro alloggio nell’appartamento fatiscente di una grigia periferia. Adattarsi alla nuova vita non è semplice. La zona è mal frequentata e servono a poco gli sforzi della coppia per mostrarsi adeguati agli occhi degli assistenti sociali. Mentre Bol prova a integrarsi agli usi e costumi locali, Rial fatica invece a lasciarsi il passato alle spalle. La tensione cresce. Anche perché all’interno della casa, di per sé non proprio accogliente, si nasconde una misteriosa presenza: è uno spirito maligno che li ha seguiti dall’Africa e che ora chiama a raccolta i fantasmi di chi, a differenza loro, non ce l’ha fatta. Incubi che si materializzano, le anime dei naufraghi che ogni giorno (e ogni notte) escono dalle pareti sempre più minacciosi e inquietanti, nutrendosi del senso di colpa che deriva dall’essere sopravvissuti.

Sulla scia di un nuovo filone di horror politico “black”, recentemente portato in auge dal Jordan Peele di “Scappa–Get Out” e “Us”, “His House”, brillante esordio di Remi Weekes, problematizza il fenomeno dell’immigrazione senza cercare vie di fuga consolatorie. I corpi di Bol e Rial sembrano muoversi in uno spazio cui non appartengono mai, figure su uno sfondo che cambia, ma non accoglie. Mentre gli scheletri nell’armadio, come il mostro di Babadook, quelli, non se ne vanno. Restano per sempre, nascosti nell’ombra, a ricordare la sofferenza che si porta dietro chi è costretto ad abbandonare la propria terra e le proprie radici. —


Bea. Fio.



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