Contenuto riservato agli abbonati

Arte e hobby nelle “ville di delizia”

Un leone in pietra a villa Bottacin, a Guardiella, fatta costruire dal facoltoso commerciante veneto Nicola Bottacin.

Le residenze extra urbane sono gioielli storici e testimonianza dell’opulenza dell’alta borghesia cittadina dell’Ottocento. Villa Bottacin, Sartorio, Revoltella e Monbjiou i luoghi dove gli uomini di potere ostentavano il personale successo

TRIESTE Nel ‘700 si chiamavano ‘ville di delizia’, residenze extra urbane volte allo svago e alla raffinatezza. A Trieste l’agiata classe altoborghese ottocentesca ne interpretò il messaggio proiettandovi posizione sociale, ambizioni, visione della vita. Villa Bottacin, Revoltella, Monbjiou, Sartorio sono alcuni esempi. Alcune sono sopravvissute, di altre rimane solo il ricordo.

“I nostri padri si recavano in campagna al solo fine di raccogliere le loro sostanze, ed in oggi si va per dissiparle”, sentenziava Carlo Goldoni a fine Settecento guardando alla magnificenza, al lusso sfrenato, a una joie de vivre spesso fatua e capricciosa che a Trieste si trasformò in progetti di uomini dove la celebrazione del successo personale si sposava con passioni molteplici, come per la botanica e l’arte.


Lasciato alle spalle il trambusto del porto e della città in rapido sviluppo, dove già erano presenti alle pendici di San Vito le ville Necker e Sartorio, imboccate le vie che oggi conducono a San Giovanni, in via dell’Istria e poi ancora più giù verso Zaule, lo sguardo si apriva a boschi e campagne, alle vigne e agli orti dei piccoli proprietari terrieri che rifornivano Trieste di vino, ortaggi, frutta e verdura.

La serra di Villa Revoltella


A metà ’800 Nicola Bottacin, falcoltoso commerciante veneto che opportunisticamente scelse Trieste come base per le sue attività in Europa, creò nella valle di San Giovanni, a Guardiella, ai piedi dell’odierno parco , “una casa svizzera, e un’altra a foggia tirolese contenente un piccolo museo di storia naturale e d’antiquaria, un lago e vari giochi d’acqua”, sapientemente rappresentati da un ciclo di acquerelli di Albert Rieger. Le serre ospitavano un florilegio di piante esotiche, innumerevoli specie di rose e di camelie: il rigoglioso parco - creato a dispetto di una natura non favorevole - munito di una villa-castello di foggia medioevale progettata dal ticinese Giuseppe Bernardi, incuriosì Massimiliano d’Asburgo, che vi si recò personalmente nel 1854 per raccogliere spunti e suggerimenti per la progettazione del Parco di Miramare.



“La mia passione e la mia mania di possedere che ne è la conseguenza mi fecero fare indagini, e incontrai relazioni in varie parti per procurarmi quello desiderato” scriveva Bottacin in una minuta all’amico numismatico Federico Schweitzer nel 1862. I viaggi di lavoro furono sempre occasione per visitare collezioni private, botteghe d’antiquariato, case d’asta che gli permise di raccogliere per la sua eclettica dimora opere di generi differenti: bronzetti vasi, cornici, armi, dipinti, sculture. Eppoi medaglie, e monete, tanto da giungere a noi oggi come una delle più importanti collezioni numismatiche d’Europa.



In competizione con il ‘paradiso botanico’ di Bottacin entrò la villa extra-urbana del barone Pasquale Revoltella, costruita nei pressi del Cacciatore. Tra il 1856 e il 1869 il barone, self-made-man di origine veneziana, acquistò diversi lotti di terreni. L’arida zona venne domata e in breve tempo e venne creato un sistema di irrigazione che rese fertile il terreno brullo e che andò poi a rifornire il laghetto popolato da tartarughe e pesci rossi. Si conservò la suddivisione a ‘pastini’, venne piantato un orto sperimentale, sentieri tortuosi attraverso il pendio creavano scorci pittoreschi. Del 1860 è la costruzione dello chalet, la chiesa in pietra del Carso, le scuderie e gli edifici di servizio, le serre in vetro e ghisa affacciate sul giardino all’italiana e la casa parrocchiale che venne in seguito adibita a scuola. Il cuore del parco fu arricchito con piante esotiche, arbusti sempreverdi ornamentali e il vecchio querceto. All’interno del parco, sul lato opposto a quello delle scuderie, le serre in vetro e ghisa, e la villa, con di fronte a essa le statue, rivolta al mare.



Muovendo poi verso la via che volgeva verso il monte di Cattinara si trovava un grazioso casino: molti personaggi importanti furono ospiti della villa Monbjiou, “estivo delizioso soggiorno” scriveva il conte Agapito nella sua “Descrizione di Trieste” (1830). Concepito come casa di campagna per i Presidi pro tempore della Suprema Intendenza Commerciale del Litorale, avrebbe dovuto essere la residenza estiva del conte Karl von Zinzerdorf, primo governatore di Trieste dal 1776 al 1782. Un personaggio eclettico, mondano, amante del teatro, del gioco al volano, del tric-trac, e non meno del corteggiare le belle donne e scorazzare “en birotsch” su e giù per le colline alle spalle della città, come ricorda Fabio Zubini nel libro “Santa Maria Maddalena e Zaule”. Il problema dell’approvvigionamento regolare d’acqua, da garantire attraverso la stabile presenza in villa di un asino adibito al suo trasporto, lo dissuasero.

Fu così che il padrone di casa divenne il conte Pompeo Brigido, governatore di Trieste, di nobile famiglia napoletana. Ospitò teste coronate come Giuseppe II, Leopoldo II, Francesco I e Ferdinando IV Re di Napoli con la regina Maria Carolina - enumera il Zubini - nonchè l’ammiraglio Lord Nelson. La facciata della villa era decorata con lesene e con un bassorilievo a fasce alternate che suggeriva i segni dello Zodiaco. Sculture di squisita fattura animavano il giardino. All’interno c’era un grande salone con le pareti affrescate, con pavimento a terrazzo veneziano, sormontato da una galleria con balaustra in ferro battuto. Non mancavano gli affreschi con capricci architettonici e classicheggianti bassorilievi attribuibili allo scultore Antonio Bosa (1780-1845). La villa nel corso del tempo ebbe diversi proprietari, ricchi commercianti greci, assicuratori e armatori, fino all’epilogo, che la vide trasformata in trattoria.

Sempre a Santa Maria Maddalena, in posizione salubre e con vista sulla città, si trova, oggi in rovina, la villa Sartorio, acquistata nel 1775 dal commerciante di Borsa Pietro Sartorio, che dal 1807 fece realizzare il parco improntato da una ricercata scelta delle essenze arboree e della loro disposizione. Protagonista era la Rotonda ottagonale ornata di statue e nel suo parco animato da leoni e cavalli di pietra, tigri, sirene e sfingi passeggiarono signore eleganti, intellettuali raffinatissime come Madame de Staël, Luisa de la Ramée, romanziera inglese nota come Ouida, l’attrice Adelaide Ristori, Maria Anna di Savoia con il consorte Ferdinando I, il re di Sassonia Federico Augusto II, e poeti come Auguste Barthélemy e René Chateaubriand. La villa era punto di incontro per artisti e letterati, luogo dove la famiglia Sartorio amava produrre piccole commedie e dilettarsi con canti e musica. Nel giardino, illuminato nelle sere d’estate, furono edificate una gloriette e una grande serra costruita, per volere di Giovanni Guglielmo, in ferro e vetro, mentre i viali erano decorati con statue, poi in buona parte trasportate nella residenza di città.

Natura, arte, estetica contraddistinsero queste residenze, progetti di personaggi illustri che raccontano della straordinaria stagione ottocentesca della città, da riscoprire oggi attraverso percorsi che ne rivelano il rapporto con la contemporaneità. —

(9-Continua)
 

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi