Gigliola Curiel, una dinastia di creatrici di moda stile e resistenza del ’900

Tutto cominciò nella sartoria di zia Ortensia, a Palazzo Smolars

TRIESTE Determinata, creativa, affascinante, in anticipo sui tempi. Una donna moderna, che ha attraversato i capitoli più bui del ‘900 senza mai rinunciare al suo sogno di bambina: disegnare abiti, diventare stilista, aprire un atelier, far splendere le donne. Gigliola Curiel (1919-1969) l’ha realizzato quel sogno, nonostante la guerra, le persecuzioni contro gli ebrei, le fughe rocambolesche, il dolore per la morte del fratello maggiore, Eugenio, illuminato intellettuale antifascista, medaglia d’oro al valor militare, freddato a colpi di pistola in strada a Milano il 24 febbraio 1945.

La griffe Curiel è un capitolo importante della storia della moda italiana, che oggi ci racconta Gaetano Castellini Curiel, figlio della primogenita di Gigliola, Raffaella, anche lei stilista di successo, nel libro appena uscito “Gigliola Curiel. Una vita nella moda” (Le Lettere).



Questa dinastia creativa al femminile comincia a Palazzo Smolars, tra via Mazzini e via Dante, agli albori del secolo scorso. Di famiglia triestina, Gigliola respira e assorbe stile e gusto nella sartoria di zia Ortensia, sorella del padre Giulio e prima di otto figli, che, negli anni Venti, dopo aver aiutato a crescere i fratelli, col sostegno del marito Benedetto Pardo apre il suo laboratorio e diventa la sarta più ricercata di Trieste. I suoi modelli piacciono alle nobildonne viennesi, alle signore dell’alta borghesia cittadina, ad attrici e cantanti di grido. Ma quello di Gaetano, nato pochi mesi dopo la morte della nonna, non è solo il racconto di una personalità dirompente, al centro di un’avventura imprenditoriale che ancora continua. È la biografia di una grande famiglia ebrea, i cui componenti testimoniano, nei loro percorsi di vita, gli ideali, gli orrori, le conquiste di un intero secolo.



Gaetano, chi erano i Curiel?

Il capofamiglia, Giulio, era un ingegnere navale, di famiglia triestina da generazioni. Aveva sposato Lucia, sorella del filosofo Ludovico Limentani. Vivevano in via Romagna, la sera Lucia si metteva al piano e i ragazzi cantavano. Nel 1929, per la crisi internazionale e per il calo delle commesse navali con il passaggio all’Italia, i Curiel hanno gravi problemi economici. Quando cominciano a risollevarsi, Giulio si ammala e muore. Da buoni triestini i quattro figli lasciano la città e cominciano a viaggiare. Eugenio studia fisica a Firenze e poi a Padova, dove si laurea, studia filosofia, intraprende la carriera accademica, aderisce al Partito comunista. Sergio va nei paesi scandinavi e si occupa di import export di legname. Grazia si sposa a Milano e Gigliola, che ha una grande passione per la moda, a 25 anni decide di seguire la sorella per cercare di realizzare il suo sogno. Comincia mostrando i disegni dei suoi modelli a un sarto di via Durini.

E si sposa...

Nel ’41, con Carlo Bettinelli, commerciante di pelli. Lui era molto legato al Vaticano e in quei momenti poteva tornare utile essere la moglie di un cattolico. Il marito aveva stabilimenti in Germania e Russia, ma Gigliola non si accontenta di fare la moglie di un uomo abbiente. È decisa, indipendente. Si separa che è incinta di mia mamma Raffaella. La bambina nascerà a Gardone Riviera, in casa di un gerarca fascista. Gigliola era finita lì grazie a una sua amica, la contessa Pletikova, una di quelle persone che aiutavano gli ebrei a scappare, oggi le chiameremmo “fixer”, e che a sua volta era amica del gerarca. Gigliola partorisce da single e quando il lago di Garda diventa il quartier generale delle truppe di Salò decide di scappare. Tramite il colonnello Giuseppe Ghisetti, un suo ammiratore, arriva a Roma.

Dove?

All’Hotel Plaza, quartier generale delle SS. “Mi cercheranno dappertutto tranne qua”, diceva. Un bel coraggio, lei, ebrea, con un fratello al confino a Ventotene. Si presenta come cugina di Ghisetti, e, attraverso i contatti di questo con Eugen Dolmann, il capo dei servizi segreti nazisti in Italia, può sistemarsi nell’albergo. A Roma conosce Maria Alzetta, una giovane friulana, che diventa la tata di mia mamma e poi anche di mia zia Gabriella. È rimasta in casa nostra quarant’anni. Aveva lavorato per l’ambasciatore d’Italia a Berlino e quando i nazisti le fermavano lei parlava con loro in tedesco, mentre mia nonna scappava.

Aveva rinunciato alla moda?

Macchè. Si era finta cliente per entrare nell’atelier delle sorelle Fontana con i suoi disegni. Lì incontra Micol, che capisce subito il suo talento. Ne nacque un rapporto di stima reciproca, rimasero in contatto. Intanto mia nonna si spostava, arrivavano notizie che gli americani stavano per sbarcare e lei andava loro incontro. In Umbria, ad Anzio, a Napoli... seminava corteggiatori da tutte le parti. Il marito era sparito, lei era una donna libera.

Anche Sergio ha una brutta avventura...

Sergio viene arrestato e portato in via Tasso, nella sede della Gestapo, dove cercano di carpirgli informazioni su Eugenio. Lui prova a corrompere qualcuno ma non ci riesce e, dopo alcune ore in cella, all’alba viene messo sul camion diretto alle Fosse Ardeatine. È allora che finge una rissa, un soldato tedesco lo blocca e lo butta giù dal camion. Lo credono morto e lo lasciano lì. Riuscirà a tornare a Roma seppure con una gamba ferita.

Sua nonna spezzava i cuori, ma si innamorerà ancora?

Certo, di Nino Brozzetti, un amico di Sergio, che l’aveva conosciuto in Albania, come lui imprenditore dell’import export. Fu Sergio a fargli incontrare Gigliola, che per uno dei suoi spostamenti si trovava a Todi. Tra i due scoppiò un grande amore, un amore scandaloso, perché Nino era sposato con una maestra del posto. Più tardi, a Milano, nacque la loro figlia Gabriella.

Il 1945 è un anno cruciale...

A pochi giorni dalla Liberazione muore Eugenio, l’intellettuale che si scriveva con Einstein, il fratello amatissimo, il punto di riferimento. Per mia nonna è un dolore lacerante. Ho scoperto durante le ricerche per il libro che Berlinguer aveva dichiarato che veniva a Milano solo in due occasioni, per rendere omaggio alla tomba di Eugenio Curiel e per la festa dell’Unità.

E l’atelier?

Nonostante il dolore, Gigliola lo apre nello stesso anno, in via Borgogna a Milano, sopra il bar Ginrosa, affacciato su piazza San Babila. Nell’euforia post bellica la gente aveva voglia di rinascere, di uscire, di vestirsi bene. Ha subito successo. Casa sua e di Nino diventa un salotto particolare. E ancora una volta lei rompe gli schemi, mescola le persone: artisti, intellettuali, imprenditori e le sue mannequin, come Maria che sposerà Renato Angiolillo, fondatore e direttore del Tempo, o Marta, la futura contessa Marzotto.

A Parigi non incontrò Dior ma...

Lo scià di Persia, Reza Pahlevi. Si incrociarono nell’atelier di Dior in Avenue Montagne, dove Gigliola era andata a comprare dei disegni. La sera, tornando in albergo, si ritrovò la vasca della stanza da bagno piena di rose cremisi inviate dallo scià. Gliele rimandò indietro. Era una grande seduttrice, non bellissima in senso tradizionale, ma piena di energia. Il suo atelier arrivò a impiegare più di cento lavoranti, a rivaleggiare con Biki, Jole Veneziani, Germana Marucelli, le grandi sarte che vestivano le signore alla Scala, come fece anche lei.

È vero che Camilla Cederna definì Gigliola “la mamma degli scemarelli”?

Sì, sull’Europeo chiamò i modelli da giorno “scemarelli” o “curiellini”. Mia nonna si inventò uno spin off dell’abito nero di Chanel, tubini che potevi mettere di giorno o di sera solo cambiando un accessorio. Grazie alla lobby ebraica entrò in contatto con Bergdorf Goodman a New York e li vendette subito in America. È stata la prima stilista italiana a esportare negli Usa il Made in Italy. E le americane quando venivano in Italia compravano nel suo atelier.

Com’era il rapporto tra Raffaella e sua nonna?

Mia madre si sentiva un po’ soffocata. Nei suoi confronti l’educazione era più rigida rispetto a quella della sorella. Quando litigavano per questo, mia nonna le diceva “tua sorella ha un padre”, perché nel frattempo Carlo si era risposato e aveva avuto altri figli. Ci teneva che Raffaella frequentasse l’alta borghesia milanese, che andasse in chiesa, mentre Gabriella era più libera. In generale però la famiglia era di idee molto aperte. Comunque mia mamma dovette minacciare di andare a lavorare alla Rinascente perchè mia nonna le affidasse una collezione.

Oggi l'atelier Curiel?

È stato acquisito dal colosso cinese Redstone. L’archivio è ancora a Milano ed è stato completamente digitalizzato, disegno per disegno. Mia madre ha aperto un altro atelier per le sue clienti che cercano l’alta moda e il ready to wear, mentre mia sorella Gigliola è rimasta a lavorare con i nuovi proprietari, che sono più orientati al mercato dei Millennial, al prêt-à-porter.

Sua madre che cosa le ha detto del libro?

Si è commossa. Mia zia invece è rimasta colpita da come sia riuscito a far emergere il carattere della nonna pur non avendola conosciuta. In questo periodo più che mai è importante ricostruire la storia delle persone della propria famiglia, andare indietro nel tempo, cercare le loro tracce. Un patrimonio da lasciare per il futuro. —

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