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La via luminosa dei fari tra Trieste e la costa istriana

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Faro di Salvore 

TRIESTE Chi non ha mai detto: «Sei il mio faro»? Ci si affida a chi appare forte e luminoso, perché per millenni il faro è stata l’unica luce nella notte, quella che indicava la terra al navigante. Era accoglienza, approdo, salvezza.

In “La via luminosa sull’Adriatico orientale. I fari tra Trieste e la costa istriana”, edito dall’Unione degli Istriani, gli architetti Massimiliano Blocher e Paola Cochelli partono proprio dalla notte dei tempi per farci comprendere cosa simboleggiasse un faro e per spiegarci come la grande espansione dei traffici marittimo-commerciali fecero dell’800 ‘il secolo dei fari’.



Il faro di Salvore, che chiude idealmente il golfo di Trieste, fu il primo illuminato a gas dell’Adriatico ed è tuttora funzionante. La costa orientale era un labirinto insidioso tra isole e mare e nel 1815 l’Austria decise di segnalarla costruendo un sistema di fari che rappresentasse una via luminosa. Si decise che i fanali da edificare con una certa urgenza fossero due: uno a punta Salvore e uno sullo scoglio dinanzi Capo di Promontore, al largo dell’estremità meridionale dell’Istria. Sarebbero stati dotati di un’illuminazione non a carbone o a gas, ma ad olio, che emanava una luce più chiara e costante. «Per l’apparato illuminante del faro di Salvore, Pietro Nobile progettò che questo fosse dotato di un meccanismo capace di girare il candelabro e che la quarta parte di circonferenza dello stesso non sprigionasse luce. Differentemente la luce di Promontore sarebbe rimasta fissa e la differenza tra le due avrebbe aiutato i naviganti a capire la loro posizione».

Iniziarono subito le polemiche sulla tassa di lanternaggio da esigersi da Trieste, Fiume e Venezia che avrebbero beneficiato dell’utilità dei fari per la navigazione ai loro porti. Poi sorsero problemi sulla proprietà del terreno edificabile, sui materiali da utilizzare e sull’illuminazione. Ciononostante tre anni dopo, il 9 aprile 1818, il Fanale di Salvore veniva attivato. Subito si scoperse che intorno alle 2 di notte il gas era esaurito e spesso venne sostituito con olio per abbattere le spese di manutenzione. Intorno a questo faro nacque la leggenda che era stato il principe di Metternich a volerlo erigere come nido d’amore per incontrare una bella ragazza croata. Ma la giovane morì il giorno prima che il faro venisse ultimato e il principe addolorato non vi tornò più. Quando soffia la bora si può sentire il pianto della donna che attende ancora il suo innamorato.

Per una serie di concause si interruppe il progetto del faro di Promontore e si cominciò a pensare che Trieste, il più importante porto del Mediterraneo, dovesse avere un suo faro. Diversi furono i disegni presentati da Matteo Pertsch per la Lanterna, prima che i committenti si mettessero d’accordo sulla scelta; quello definitivo fu approvato nel 1831.

Ma la costruzione più travagliata fu quella del faro sull’isolotto di Porer. Si comprò perfino da privati l’isola di Felonga ritenendola più adatta dello scoglio di Porer. Poi si pensò a punta Chersine. Infine un’apposita commissione decise per Porer. Seguirono problemi sul trasporto dei materiali, di logistica e di sperimentazione dell’illuminazione. Ci fu un incendio nella casetta dei guardiani. Il progetto finale venne approvato solo nel 1845 e il faro venne attivato l’anno seguente. —
 

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