L’epopea dei “bambini di Svevia” venduti dalle famiglie ai ricchi fattori

Romina Casagrande racconta una vicenda ispirata a un fenomeno sociale a lungo dimenticato



Per circa tre secoli, dal Settecento alla metà del Novecento, centinaia di bambini di famiglie povere insediate nella valli altoatesine venivano venduti o dati in affitto ai ricchi fattori dell’Alta Svevia, per andare a lavorare nei mercati del bestiame. Era una tratta non solo tollerata, ma addirittura favorita da associazioni cattoliche che facevano da garanti in queste transazioni. Il fenomeno ebbe un rallentamento dopo la prima guerra mondiale, le associazioni cattoliche furono smantellate, ma la cessione dei bambini ai ricchi fattori per avere braccia da lavoro convenienti continuò in maniera più o meno clandestina almeno fino all’avvento del fascismo, che mise un freno a queste pratiche. Dalle regioni altoeatesine i bambini raggiungevano la Germania attraverso l’Austria, affrontando un lungo viaggio fra montagne e boschi, il più delle volte accompagnati dai preti. Per i bambini erano esperienze spesso traumatiche, sia per il distacco dalla famiglia si perché i piccoli non di rado finivano vittime di soprusi e abusi. E non sempre avevano poi la possibilità di tornare a casa dai genitori.


Romina Casagrande, che vive e insegna a Merano, è incappata in questa storia, ancora troppo poco ricordata, compiendo ricerche, raccogliendo documenti e visitando musei. Ne è nato il romanzo “I bambini di Svevia” (Garzanti, pagg. 392, euro 18,60), racconto di ampio respiro che ha il merito di evitare i codici classici del romanzo storico o storiografico, per diventare una storia che parla dell’oggi, con tratti da avventura picaresca, ma che allo stesso tempo affronta in modo diretto la sofferenza dei bambini venduti.

La trama. Ai nostri giorni Edna, una signora anziana che vive da sola a Castelbello, piccolo comune in provincia di Bolzano, in compagnia dell’inseparabile pappagallo Emil, legge sul giornale la notizia che il suo amico Jacob che non vede da mezzo secolo, ha avuto un incidente e si trova ricoverato nell’ospedale di Ravensburg,città del land del Baden-Württemberg, nel sud della Germania. Edna e Jacob si erano conosciuti da bambini, prima della seconda guerra mondiale, e avevano appunto condiviso il destino di finire a lavorare una fattoria proprio di Ravensburg. E così, mentre gli amici vicini di casa di Edna cercano di convincere l’anziana signora ad andare in casa di riposo, lei al contrario decide che è arrivato il momento di onorare una vecchia promessa: restituire il pappagallo a Jacob, dopo che i loro destini, tanto tempo prima, erano stati drammaticamente divisi. E così Edna di punto in bianco prende un piccolo bagaglio, chiude Emil in un trasportino, tira fuori dall’armadio i vecchi scarponi da montagna e parte per rifare - a piedi - lo stesso viaggio che aveva fatto da bambina assieme al prete Gianni, scavalcando boschi e montagne.

Il romanzo si sviluppa lungo due direttive, a capitoli alternati: il viaggio di Edna, che assume da subito toni spesso comici, in un’avventura ricca di incontri bislacchi, colpi di scena, difficoltà di ogni genere, e il passato di Edna e Jacob, dal momento in cui erano diventati piccoli schiavi agli ordini del fattore, in un racconto di sofferenza e sopraffazione, in cui il pappagallo Emil - recuperato da Jacob fortunosamente - diventa il simbolo di una libertà da ritrovare.

Così seguendo le due linee narrative scopriamo una realtà territoriale della montagna - quella di oggi - con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi ambientali e sociali (l’autrice ha compuito lei stessa il viaggio a piedi da Castelbello a Ravensburg), e la realtà storica sullo sfruttamento dell’infanzia troppo a lungo rimasta chiusa nei cassetti degli archivi, assieme ai diari e alle lettere dei “Bambini di Svevia”. —

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