Dalla fabbrica alle grandi aziende Come raccontare il lavoro frutto di mani, ingegno e fatica

Raccontare il lavoro. E l’impresa. I valori dell’intraprendere e del creare con l’immaginazione e con le mani. La fatica e il piacere del fare bene. E l’importanza di inventare, costruire, cambiare. C’è tutto un mondo che sollecita parole e pagine e vuole, giustamente, finire in un libro. Un libro come “Vite senza fine”, per esempio. L’ha scritto, benissimo, Ernesto Franco, per Einaudi(pagg.100, euro 9). E racconta di Giò Magnaschi che, all’inizio del Novecento, ancora bambino, gioca con un chiodo cavallottino e una rondella e, appena adulto, fonda quella che diventerà la più grande ditta di ferramenta dei suoi tempi: una sorta di eroe della manifattura.

Franco è uomo di editoria e sofisticata cultura. E, tra ricordi di famiglia, documenti, testimonianze ritrovate un po’ per caso, ricostruisce la storia di quel suo zio che, tra Genova e il mondo, sa tenere insieme fabbrica e sogni, la concretezza dei bulloni e la leggerezza dei viaggi e delle passioni d’amore. “Mi piace mettere insieme le cose. E che ci restino”, diceva. Parlava dei nodi e degli incastri a coda di rondine, di chiavi e serrature, delle navi che solcano il mare e un po’ gli appartengono, sino ad arrivare a quella “Principessa Mafalda” che vi si inabissa. E amava quell’oggetto speciale che è, appunto, la vite senza fine, senza la quale poco si tiene. Ma che, da sola, non basta a tenere insieme tutta una vita. Meno male che, per far continuare una vita intensamente e ben spesa, ci sono le parole per dare forma e spessore ai ricordi.


Storie molto vissute anche nelle pagine di “Oggi è già domani” di Maria Paola Merloni (Marsilio, pagg. 300, euro 18), dedicato a raccontare “Vittorio Merloni, vita di un imprenditore”. Lo sguardo d’una figlia verso il padre è affettuoso e, contemporaneamente, lucido, senza mai cadere nell’agiografia. E d’altronde i Merloni, imprenditori di quella provincia seria e operosa che sono le Marche, hanno sempre dimostrato uno stile e un tono, quello del fare bene senza vanto. Industria di elettrodomestici, con radici locali a Fabriano e dimensioni internazionali. Il piacere del conservare e innovare. L’attenzione per l’azienda e la famiglia, ma anche l’impegno pubblico (Vittorio Merloni è stato presidente di Confindustria). E una lezione da tramandare: “Esiste un futuro della volontà che è quello che possiamo costruire con i nostri comportamenti. Il futuro sarà, in buona parte, quello che decideremo che sia... So bene che non esiste una società perfetta. So però che può esistere una società migliore”.

A raccontare l’industria dal suo interno prova, con efficacia, Alberto Albertini, intellettuale e uomo d’impresa, con “La classe avversa” (Hacca Edizioni, pagg. 314, euro 16): i conflitti in un’azienda familiare, il manager cinico, le illusioni infrante, la partita per aggiudicarsi una grossa commessa nel mondo dell’auto, gli scrupoli che mettono in difficoltà il fatturato, l’etica della responsabilità. E, alla fine, l’invito a insegnare ai giovani “a impostare la loro vita come vocazione”. Anche in un’impresa? Ci si può provare.

Da tutt’altro punto di vista, ecco “Nel girone dei bestemmiatori” ovvero “Una commedia operaia” scritta da Alberto Prunetti per Laterza(pagg. 120, euro 15). Prunetti, con “Amianto” e “108 metri”, s’è fatto conoscere come protagonista originale della cosiddetta “letteratura working class”, racconti sulla condizione operaia e la ruvidità della vita di fabbrica. Qui, in una storia ambientata dalle parti di Livorno, tra lo sguardo verso l’isola d’Elba e la durezza dell’Ilva, si gioca con riferimenti costanti a Dante e agli “spaghetti western” di Sergio Leone (compresa l’evocazione ironica ma anche struggente della colonna sonora di “Giù la testa”). E si mettono in pagina fatti e pensieri di Renato, figlio di un saldatore che traspone in epica le traversie quotidiane, tra colate d’acciaio in fonderia come fosse l’inferno e cassette degli attrezzi che testimoniano la maestria e l’orgoglio d’un lavoro meccanico ben impostato. Vale la pena scambiare “la penna con il cannello da saldatore”? Questo libro dimostra di sì. —

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