Nelle miniere di Arsia l’Ingegnere vide l’Istria e lo spirito nuovo d’Italia

Carlo Emilio Gadda

Nella prima edizione delle “Meraviglie d’Italia” comparve il reportage del grande scrittore che poi scomparve dalle edizioni successive. Per colpa del fascismo e di una terribile sciagura  

Carlo Emilio Gadda Lo scrittore-ingegnere-reporter alla scoperta dell'Istria Manuela Bertone Inviato speciale della «Gazzetta del Popolo», Carlo Emilio Gadda visita nel 1937 la regione mineraria dell'Istria, dove scopre il bacino carbonifero dell'Arsa e Arsia, il villaggio che sarà inaugurato il 4 novembre di quello stesso anno. Il reportage comprende due articoli usciti nel luglio e nel novembre 1937, poi inseriti nel volume Le meraviglie d'Italia (1939). Quando arriva nella zona sud-orientale della penisola istriana, Gadda è uno scrittore apprezzato dai critici ma non notissimo, anche se ha già pubblicato un paio di libri importanti (La Madonna dei filosofi nel 1931, Il Castello di Udine nel 1934). Parallelamente è ancora ingegnere, ma presta solo consulenze all'azienda di cui era stato dipendente fisso fino ai primi anni '30. Le sue due culture, scientifica e letteraria, si coniugano nei pezzi istriani, dove con occhio tecnico e immaginazione sensibile scorge il «travaglio nero del sottoterra», tra vegetazione e coltivazioni, strade e doline, cogliendo nella natura le tracce benefiche dell'intervento umano, della «coscienza operosa della collettività». Dal paesaggio al vissuto il passo è breve.


La visione del Carso istriano sollecita la memoria dell'ex tenente degli alpini Gadda, che ravviva l'esperienza della Grande guerra con l'orgoglio del reduce-patriota: «una guerra durissima ci ha ridato l'Istria», «dopo l'annessione dell'Istria al Regno, uomini tenaci e previdenti lottarono a non abbandonare l'impresa, nonostante le difficoltà degli anni». Fiero di muoversi tra gente «di antico parlare e costume», percepisce «lo spirito nuovo d'Italia» proprio lì, «in miniera e fuori, sotto e sopra il suolo», dove fanno tutt'uno «lungo le gallerie, i semoventi lumi degli uomini, le loro nere persone, la lor fatica divenuta abitudine, la vecchia esperienza, il vecchio coraggio». In piena autarchia, i due scritti gaddiani sono in sintonia con la politica del fascismo, ma, pur assecondando le linee della propaganda, lo scrittore segue un tracciato autonomo.

Lo dimostra il fatto che, nel 1939, quando prepara gli articoli per il volume, fa sparire gli accenni al duce, ma la tenuta del discorso non cambia. A ben vedere, le ragioni della rabbia che Gadda sfogherà contro il duce in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) e in Eros e Priapo (1967), sono già in queste, che custodiscono temi umani e civili radicati nel suo pensiero. Anzitutto il tema del lavoro italiano, linfa vitale della sua scrittura. La miniera sollecita competenze diverse, ma per Gadda non c'è viltà nel lavoro manuale né supponenza in quello di concetto: accomunati dall'operosità, i lavoratori dell'Arsa, dal primo degli ingegneri all'ultimo dei minatori, partecipano a uno sforzo collettivo incurante delle gerarchie e delle mansioni.

«L'ingegnere dei servizi elettrici non ha requie» proprio come i «milleottocento uomini al lavoro dentro il buio e la gravezza del sasso». Insieme, «la vecchia gente dei minatori istriani, poveri ed alti» e «uomini di denaro e tecnici e industriali» sono testimoni di uno sforzo condiviso, incarnano «il momento di convergenza e di armonizzazione di imponenti energie umane». E poi nelle miniere dell'Arsa nulla sembra lasciato al caso e questo allieta l'ingegnere-scrittore ossessionato dall'ordine, che nella ricerca e nell'elogio dell'ordine fissa i cardini del proprio narrare. L'impresa di estrazione del carbone risulta esaltante appunto perché fatta di «collegiale disciplina», «esperienze sistematiche», «paziente ricerca». «Nettezza e ordine», pulizia, organizzazione, Gadda non li vede solo nei pozzi scavati nelle viscere della terra, dove si muove con apprensione, ma anche in Arsia, composta di «abitazioni sane, belle, di buon criterio», vero e proprio «organismo» vivente di «chiara struttura».

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Di questo primo borgo minerario costruito dal fascismo descrive compiaciuto le case operaie e gli edifici per gli impiegati, con tanto di orticelli, pollai, giardinetti; e poi, in rapida carrellata, «la Chiesa, la parrocchia, la bella casa del Dopolavoro con una bellissima e aeratissima sala da proiezioni, la Casa Littoria, l'infermeria, le poste-telegrafi-telefoni, la Cassa di risparmio postale». Concepita dall'architetto triestino Gustavo Pulitzer-Finali, uno dei leader della scena progettuale italiana, articolato monumento dell'architettura razionalista, Arsia fa vibrare un'altra delle corde spesso mosse da Gadda: quella del fare creativo la cui fertilità produce un lascito per le generazioni future. Incastri, assemblaggi, spazi, forme, volumi rappresentano la vitale scenografia che tiene a «lodare, come antidoto all'itterizia», di contro all'uniformità scialba dei quartieri popolari usuali.

L'Arsa e Arsia sono di certo anche un antidoto contro i veleni del ricordo di una terribile missione da Gadda compiuta nel 1930 nel bacino minerario della Lorena, come direttore del montaggio di un impianto per la fabbricazione dell'ammoniaca.

I difetti degli impianti, l'incuria, la crudezza di quella zona inospite sembrano opporsi all'efficienza confortante del presente istriano. L'Arsa e Arsia, esempi di perfezione, sono insomma l'emblema di ciò che Gadda rispetta più di tutto: l'impegno e la serietà, l'eccellenza italiana nei settori della tecnica e dell'edilizia, la cura del territorio. Si capisce, allora, che non abbia mai perdonato al fascismo di non aver tenuto fede alla progettualità in cui aveva indotto tutti a credere; di aver tradito valori e idee da Gadda difesi anzitutto perché suoi, parte della sua morale, della sua mentalità, della sua identità. —

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