Dante secondo Barbero, un fallito di successo dall’elaborazione del lutto nacque la Commedia

Esce con Laterza lo studio dello storico e brillante divulgatore per i 700 anni della morte del padre della lingua italiana 

TRIESTE Dante è stato un uomo libero, un fallito o un servo di partito? La domanda, “che non aveva mai avuto una risposta chiara”, sotto forma di canzone del ‘compagno di scuola’ Antonello Venditti potrà forse essere esaudita in questo anno che ci porterà, nel settembre 2021, a celebrare i 700 anni dalla morte del padre della lingua italiana.

Chi era Dante, perché ha scritto la Divina Commedia e come viveva l’Alighieri in quei decenni a cavallo tra Due e Trecento? Andare al di là delle sue opere, o meglio leggerle con l’occhio del medievista per ricostruire tra le loro righe, tra i segni, le citazioni e i rimandi, una biografia che ha sempre lasciato molte zone oscure, è il compito che si è assunto Alessandro Barbero.


Il suo ‘Dante’ (Laterza, 361 pagg., 20 euro) è scritto con la verve, la spigliatezza e la ricchezza di documentazione che sono riconosciute a questa indiscussa star della divulgazione storica. Il talento di Barbero per abbinare le più accurate ricerca e analisi delle fonti con la capacità di costruire un racconto accattivante è figlio dalla passione con la quale il professore affronta la storia.

Barbero ha confessato che da bambino giocava coi soldatini, e da come narra la battaglia di Campaldino, da cui prende avvio il libro, sembra di vederlo, sul tappeto della sua casa torinese, disporre i cavalieri aretini e di fronte a loro quelli fiorentini, con i fanti, i balestrieri e i pavesieri che piantano gli scudi con il giglio rosso di Firenze. Davanti a tutti i feditori, cioè i cavalieri che rappresentavano la forza d’urto dell’esercito. Tra loro, con l’elmo e la lancia, c’era anche un Dante di ventiquattro anni.

Barbero si muove tra le fila dei soldati come se entrasse in un diorama medievale con uno scopo ben preciso: spiegarci che la posizione di Dante là davanti ci dice molto di lui, a cominciare dalla sua condizione sociale. Dante non era nobile ma apparteneva allo strato superiore della società cittadina. La sua famiglia era benestante. Il nonno Bellincione aveva cominciato a fare soldi prestando danaro, con interessi anche del 28 per cento, e il padre Alighiero aveva continuato a darsi da fare nello stesso ambito: erano degli usurai.

Quando Dante nacque, nel 1265, i suoi facevano parte del ceto emergente. In una Firenze che con i suoi 100 mila abitanti era una delle più grandi e ricche metropoli d'Europa, in cui giravano molti soldi e si costruivano i palazzi e gli edifici che ancora oggi ammiriamo, si poteva aspirare a una rapida scalata sociale. Politicamente era una società aperta, il cui governo popolare era accessibile a tutti gli strati della popolazione. Dante, che poteva vivere di rendita, cominciò a frequentare il mondo delle famiglie che contavano, quelle che non solo avevano il denaro, ma anche la tradizione aristocratica. A introdurlo in quell’ambiente fu la poesia. E alla poesia arrivò grazie a Beatrice.

L’incontro che segnò tutta la sua esistenza avvenne che lui aveva nove anni e lei otto. Dante non le parlò praticamente mai, ma qualche anno dopo cominciò a scrivere sonetti e a scambiarli con altri giovani. Qualcuno lo prendeva in giro per quella sua passione e gli consigliò di raffreddare i testicoli nell’Arno, ma intanto entrò nel giro giusto. Giovin signore senza problemi di trovarsi un lavoro, si dedicò agli studi. Suo maestro fu Brunetto Latini, che il poeta eternò nella Commedia ponendolo all’Inferno tra i sodomiti, e Barbero si chiede se Dante non avesse voluto in questo modo vendicarsi di qualche attenzione proibita che dovette subire.

Intanto, visto che con Beatrice le cose non andavano, (il timidissimo Dante venne visto scappare via rosso di vergogna le volte che la incontrò, e poi lei comunque si sposò, anche se fu un matrimonio combinato dalle famiglie) si buttò in politica. Una decisione dalle conseguenze fatali. Firenze era governata dai guelfi, ma al loro interno divampavano accanite le lotte tra i popolari e i magnati. Dante faceva parte della corrente moderata del partito dei popolari, e quando divenne uno dei sei priori della città, condannò all’esilio le ali più oltranziste di entrambe le parti. Salvo poi però permettere il ritorno dei suoi. Un atteggiamento fazioso che gli avversari, tra i quali l’ex amico Guido Cavalcanti, non gli perdonarono. Venne accusato di corruzione e peculato, processato e cacciato per sempre da Firenze.

Fu allora che, senza più risorse economiche, cominciò a girare per le corti dei potenti, cui offriva i suoi servizi per missioni diplomatiche. Avere vissuto la politica cittadina a Firenze gli aveva procurato una esperienza non da poco. Barbero nota maliziosamente che l’esilio lo affrontò da solo, lasciando a Firenze moglie e figli, che forse non gli mancarono troppo. Anche perché si votò completamente a quella strepitosa elaborazione del lutto per la scomparsa di Beatrice che fu la Commedia. Bruciato dalla politica, costretto a una vita raminga a elemosinare ospitalità, senza il conforto di un amore, Dante finì i suoi giorni a Ravenna, in una casa umida, a 56 anni. Forse fu un fallito, ma di successo. —


 

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