Bottura: «Non siamo buonisti, il Covid l’ha dimostrato»

Il giornalista bolognese in dialogo con Giovanni Marzini (assente Geppi Cucciari) ha chiuso la rassegna. Il plauso degli organizzatori al pubblico

TRIESTE. Che mondo farà? Nell’anno più drammatico del mondo se lo è chiesto Link festival attraverso una VII edizione proiettata sugli scenari futuri, incrociando l’analisi geopolitica e la riflessione sui temi sociali, economici, ambientali. Quattro giorni di incontri, dialoghi e interviste che, nell’anno del Covid, hanno riportato il “buon giornalismo” in presenza, nel cuore di Trieste, osservando la massima attenzione alle norme di sicurezza previste per gli eventi pubblici.

Ventidue appuntamenti che hanno registrato un sistematico sold out anche nei contesti più complicati di maltempo: «Per questo il nostro ringraziamento va innanzitutto al pubblico, generoso negli spazi di incontro e compostamente disposto anche all’esterno, dove gli schermi hanno riproposto i contenuti a beneficio degli spettatori che non hanno trovato posto – spiegano la curatrice di Link Festival Francesca Fresa e il direttore editoriale Giovanni Marzini -. Al pubblico va non solo la nostra gratitudine, ma anche l’ammirazione per aver impeccabilmente e pazientemente rispettato le regole di comportamento necessarie alla fruizione degli eventi. Anche se questo ha significato, talvolta, attendere sotto la pioggia il momento di entrare in sala».

Scienza, sostenibilità, portualità sono stati i temi che hanno siglato la giornata conclusiva della rassegna. Che ha chiuso con una nota di leggerezza ospitando Luca Bottura, in dialogo con Giovanni Marzini (assente Geppi Cucciari, non è riuscito il collegamento da remoto), per alcune riflessioni suscitate dal libro “Buonisti un cazzo” (Feltrinelli, pag. 173, euro 14) del giornalista bolognese.

Un testo che destruttura il luogo comune che buono equivalga a stupido: «Il punto è - ha detto Bottura - che ci crediamo peggiori di quello che siamo. In realtà appena si gratta via un po’ questa patina cinica che crediamo più cool, ecco che reagiamo nel modo migliore. È quello che è successo per il Covid. Siamo prigionieri del luogo comune che gli altri popoli hanno su di noi e abbiamo inventato questa parola, “buonista”, che è un po’ il contrario di “furbo”. Il furbo è quello intelligente che mette la sua astuzia a favore dell’inganno dell’altro. Il buonista è quello che tenta di essere buono ed ecco che passa per cretino. È un problema culturale».

Bottura ha ideato un personaggio autobiografico, con uno stile quasi romanzato: «Io sono un po’ il Fantozzi buonista, un anti eroe, ma alla fine provavi compassione, simpatia. Ed è esattamente il meccanismo del libro: io sono quello che agli occhi esterni è un perfetto cretino. Dopo di che però, leggendo, ti rendi conto che mi somigli, come tutti noi somigliavamo a Fantozzi, e magari ti vergogni un po’ meno di essere una persona che prova a essere migliore». 


 

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