Cristina Gregorin e l’ultima testimone tra Trieste e l’Istria, grano e gramigna



«Ho novantaquattro anni - ripete Bruno Tommasi nella sua stanza dell’ospedale di Cattinara - come si può credere che qualche parola possa riportare ordine nel mondo? Non dite ad un uomo della mia età cosa fare della sua coscienza. Io ho fatto la guerra, io. E non una qualsiasi, ho fatto la guerra peggiore che ci sia mai stata». Ma che cos’è se non un disperato, estremo bisogno di mettere ordine la richiesta che fa al nipote Mirko un attimo prima di andare via? «Avevo un amico, tanti anni fa. Era come un fratello. Si è suicidato nel 1976. Si chiamava Vasco Cekic…. L’unica che può conoscere la verità sulla sua morte è Francesca Molin, se ancora la ricorda, era solo una bambina».


Da qui parte “L’ultima testimone” (310 pagine, 17 euro) della triestina Cristina Gregorin, che, tra gli otto finalisti del premio Calvino 2019 per esordienti e segnalato con menzione speciale, approda domani in libreria per Garzanti.

Gregorin, che vive da tempo a Venezia dove si è occupata di salvaguardia del patrimonio culturale e ha pubblicato due guide sulla città lagunare, “Venezia eretica” e “Venezia. Gli artisti artigiani”, affronta con una certa audacia, in questo suo primo romanzo, una tematica molto complessa. Audacia che la giuria del Calvino ha riconosciuto parlando nella menzione di “capacità di affrontare in modo obiettivo ed empatico una scabrosa pagina della storia italiana che ha per protagoniste Trieste e l’Istria, fra guerra e dopoguerra”.

Dunque Mirko, che “nonostante gli studi medievali, riconosce una costellazione storica e geografica molto terrena che fa presagire azzardate incognite nell’accostamento di nomi come quelli di suo nonno Tommasi e di Cekic”, non può fare a meno di cercare Francesca Molin. Che vive a Milano e fa nascere i bambini, ma rifiuta per sé ogni forma di futuro, che ha fatto voto di clausura per proteggersi dalla nostalgia di quello che ha perduto in un amore finito trent’anni prima, che ha scelto la capitale del nord perché permette di rimanere invisibili insieme ai propri calvari e che a Trieste ha lasciato i pesi che non voleva portarsi dietro.

A Trieste Francesca ritorna ufficialmente per proteggere la nonna Alba dalle domande di Mirko, ma forse, invece, proprio perché vuole che da quelle domande esploda un segreto che si tiene dentro da troppo tempo.

Mirko lo sa che “la storia scritta nei libri per dovere di sintesi è sempre più semplice delle variegate digressioni etiche e morali degli uomini”, ma certamente non si aspetta di ritrovarsi in un doloroso ginepraio della memoria, che tassello dopo tassello, attraverso testimonianze recalcitranti, ambiguità, silenzi straziati, ricordi addomesticati, stravolge le immagini su cui ha fondato la sua vita.

Chi sono, chi sono stati veramente la nonna Alba, che con le sue labbra un tempo carnose che sono ora “due fettuccine raggrinzite” dichiara di aver allora pensato a fare solo la madre, chi la bionda Liliana che dopo la guerra si prende bruscamente cura della piccola Francesca mentre compila cartelle di informazioni per la questura e forse per scopi più radicali, chi l’archivista Mario piegato dall’artrosi, chi il partigiano Carlo, che fino alla fine “rimane un uomo e se deve ricordare episodi lontani e tempi in cui lo sporco delle guerre è stato coperto dall’avvicendarsi delle stagioni, ebbene, lo fa”?

In mezzo a tutte queste voci, forte, prepotente, la bellezza di Trieste, descritta con amore nei suoi storici palazzi, nella bora, nelle piccole consuetudini di Francesca bambina, nei portoni e negli angoli di strada descritti quasi come in una guida per un turista curioso e un po’ malinconico. E dentro alle pagine, “grano e gramigna” dice nonna Alba, tutta quella storia così difficile con cui stiamo ancora tentando di fare i conti.



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