In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Con il viaggio dell’uomo verso la Natura Giovanni di Altavilla ispirò Leopardi

2 minuti di lettura



Tendiamo spesso a sottovalutare le visioni mistiche che le diverse culture e civiltà ci hanno tramandato. Ma proprio su un tipo di visionarietà mistica ancora oggi si basa il nostro immaginario collettivo, l’immaginario deputato alla virtù e al suo contrario. Un universo di affreschi che continua ad alimentare il sistema, più primitivo o civile che sia, dalle ambite vergini dell’aldilà islamico al paradiso Lavazza. Un bacino di immagini che ha radici antichissime. E autorevoli. Basti pensare che su simili visioni hanno edificato la loro opera il fondatore pagano della civiltà romana (Virgilio) e il più popolare predicatore della fede cristiana (San Paolo). Non possiamo ignorare, insomma, l’Eneide e l’Apocalisse. Tanto più non venivano ignorate nel Medioevo, quando una ricca borghesia urbana – una borghesia curiosa, ma ignara del latino – sentì l’esigenza di un rinnovamento morale.

In questa scia si inserisce anche il poema del XII secolo a lungo misconosciuto, “Architrenius” (Carrocci, pag. 407, euro 36) di Giovanni di Altavilla. Viene pubblicato ora per la prima volta in Italia, a cura di Lorenzo Carlucci e Laura Marino. I due critici incontreranno il pubblico domani al Caffè San Marco (ore 18), coordinati da Cristina Benussi e Christian Sinicco.

Il poema del 1184 narra il viaggio di un uomo alla ricerca della Natura quale responsabile dei mali umani. Il protagonista visita luoghi emblematici del vizio – la dimora di Venere, l’Università, la taverna, la corte, il chiostro – fino all’aspro dialogo con la Natura matrigna.

Secondo i curatori nell'“Architrenius” è da riconoscersi una fonte segreta, finora sfuggita all'attenzione della critica, del celebre “Dialogo della Natura e di un Islandese” di Giacomo Leopardi. Il protagonista della narrazione ingaggia infatti un aspro dialogo con una personificazione femminile (la Natura, appunto), non esitando a chiamarla non solo “matrigna” ma anche “Procne”, ossia, come glosserà Leopardi, una: «carnefice della tua propria famiglia». Questo è solo uno dei molti punti di tangenza tra le due opere. In “Architrenius” la Natura conclude esortando l'uomo a sottomettersi alla legge di perpetuazione della specie, quella stessa legge in cui Leopardi riconosce la «spaventevole ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica».

Il finale dell'operetta, inoltre, contiene un riferimento criptato al poema medievale. Leopardi potrebbe aver letto il poema antico durante il suo soggiorno a Roma tra il 1822 e il 1823 (anni di stesura del dialogo), traendone spunto per la sua famosa operetta. A Roma il poeta di Recanati si dedicò a intense ricerche filologiche, anche nella speranza di ottenere un impiego presso la Biblioteca Vaticana, dove sono conservati tre manoscritti del poema medievale. L'edizione a stampa del 1517 dell' “Architrenius” inoltre, era anche disponibile presso l'attuale Biblioteca Vallicelliana. Nell’opera di Giovanni di Altavilla Leopardi avrebbe riconosciuto una forma originale e sorprendente di cristianesimo irrequieto e problematico, dalle tinte fortemente manichee, significativamente consonante con la propria ideologia del “pessimismo cosmico”. —

I commenti dei lettori