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Il sogno dell’Alfa Jankovits, il bolide elegante di Fiume, in scena a Trieste

Lo idearono i fratelli Uccio e Gino a metà degli anni ’30: 9 anni di lavoro, poi la guerra. Stasera sul palco del teatrino Basaglia all'ex Opp

3 minuti di lettura

TRIESTE Come le storie, anche i sogni sono belli da raccontare. Se poi li racconti molte volte, possono pure diventare veri. Questa è la vera storia dei fratelli Eugenio (Gino) e Oscar Ferruccio (Uccio) Jankovits, fiumani, meccanici e sognatori.

A narrare per filo e per segno la storia dei due Jankovits sarà stasera, 31 agosto, l'evento in programma al teatro Franco e Franca Basaglia (ex Opp, ore 21) e inserito nel programma di Science in the City, preludio a Esof 2020. Lo spettacolo si intitola "Alfa Romeo Jankovits". È stato scritto da Laura Marchig e Tommaso Tuzzoli ne ha curato drammaturgia e regia. Il lavoro che si vedrà e sentirà oggi è ancora un'anteprima, una lettura scenica - o per restare nel tema - il prototipo dello spettacolo che vedrà la luce nella prossima stagione teatrale e verrà prodotto da una cordata che impegna il Dramma Italiano del Teatro nazionale croato di Fiume, Golden Shows, Festival estivo del Litorale e Teatro Stabile Fvg.



Al centro di tutto, un'automobile: originale, impensabile, futurista. L’Alfa Romeo 6C 2300 Aerodinamica Spider, nota altrimenti come Alfa Jankovits o Alfa Aerospider. Attorno ci sono gli Anni Trenta, Fiume e il Quarnaro. E poi la sete di velocità, il miracolo del design che traduce la forma in bellezza, la furia montante della guerra.

Sfrecciando su un nastro d'asfalto, la vicenda si snoda tra Fiume e Trieste. Imbocca poi le arterie della grande storia: gli anni che precedono la seconda guerra mondiale, la competizione nella ricerca tecnologica, bellica e civile.

Ingredienti giusti per far riemergere dalla storia, quella vera, le tre generazioni degli Jankovits. Il nonno (Eugen Fabich, imprenditore del legno che fece fortuna nella Fiume italiana del primo dopoguerra), la madre (Iginia, fascinosa e malinconica creatura che si muove tra le ville di Abbazia) e soprattutto loro, Gino e Uccio, impresari del proprio sogno.

Eugenio studia ingegneria. Ferruccio architettura. Come studenti falliscono, ma sono entrambi sognatori e visionari. In una Fiume anni '30, attraversata da poche automobili, vetture di ricchi e di arricchiti, Gino e Uccio decidono di aprire un garage. Fiuto e lungimiranza. L'autorimessa Lampo, in via Ciotta, è un lussuoso beauty center per autovetture, 100 posti macchina, concessionaria esclusiva Alfa Romeo per la regione. Avrà subito successo. È dolce la vita per chi ha i soldi.

Ma l'ambizione dei due giovani Jankovits è più ardita, l'aspirazione punta più in alto. Le contemporanee imprese di Tazio Nuvolari li eccitano. Vogliono mettersi in corsa anche loro. Il progetto nasce nell'officina della Lampo alla metà degli anni '30. L'impegno economico e la sfida sono altissime. Anticipare Porsche, Union, Mercedes Benz, nella costruzione di una vettura sportiva che superi tutte le altre per prestazioni e bellezza.

Utilizzare il potente motore 6C 2300, vanto dell'Alfa Romeo. Modellare una nuova creatura meccanica. Aerodinamica, filante, seducente. Linee mai viste prima. Un profilo sportivo che mantiene però l'eleganza di un'automobile da strada. «Voglio che assomigli a un animale, a un incrocio fra una mantide e un primate, con gli occhi da lucertola...». Lo sterzo al centro. Il telaio ribassato. 160 chilometri all'ora. Un bolide con la targa: FM 2757. Fiume, città di frontiera, è un incubatore di idee in quegli anni. L'automobile è il futuro.

Ci vollero 5 anni per progettarla, 4 per costruirla. Bastò una guerra per azzerare il sogno. Gino finì sul fronte russo. Uccio a Livorno, artiglieria contraerea. A Fiume, all'officina Lampo, prima gli ufficiali nazisti,poi gli ufficiali di Tito. La stessa arroganza, lo stesso potere. Distruggere il sogno e la libertà di sognarlo.

Gli Jankovits tornano a Fiume. È la vigilia di Natale del 1946. Da sotto il telone, che per tutti quegli anni di guerra l'ha nascosta, i due fratelli tirano fuori la loro Alfa. E con l'azzardo di altro progetto, imboccano la strada per Trieste italiana. Una fuga a 160 km allora. A fari spenti nella notte. Tanto per evitare le pallottole della Storia.

Sopravvivere da esuli non è facile, non bastano i gioielli che nonna Fabich ha loro affidato. Dovranno vendere anche il sogno. L'auto passa di mano, probabilmente a un ufficiale americano. Comincia allora il ultimo viaggio, misterioso e mesto".

In "Alfa Romeo Jankovits", il testo che Laura Marchig e Tommaso Tuzzoli hanno messo a punto, a raccogliere i fili della lunga saga degli Jankovits, a rovistare tra le carte di famiglia, è Enrico, il discendente, figlio di Gino, nipote di Uccio.

«Nessuno può dire cosa sia realmente accaduto dopo la vendita - spiega Enrico -. Nel dopoguerra l'auto passò negli Stati Uniti. E poi? In giro per il mondo: America, Irlanda, Inghilterra, Italia, Germania, cambiando proprietari e padroni. Nel 1979, un nostro parente che abitava a Trieste, leggendo la rivista Quattroruote, riconobbe l'auto dai disegni. L'articolo raccontava di un curioso veicolo visto a Ballymena presso il concessionario nord irlandese dell'Alfa Romeo».

Qui forse comincia un'altra storia, ancora da scrivere. «Papà, morì nel 1993, zio Ferruccio nel 2000, prima che il restauro dell’auto terminasse - aggiunge Enrico - il mondo è carogna!».

"Alfa Romeo Jankovits" debutterà nel novembre del 2020 in italiano, al Teatro Ivan Zajc di Fiume. All'anteprima di stasera, a Trieste, ne saranno interpreti Bruno Nacinovich, Mirko Soldano, Andrea Tich, Elena Brumini e Serena Ferraiuolo. —
 

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