Quarant’anni fa l’addio a Basaglia: «Ma la psichiatria comincia adesso»

Franco Basaglia

Oggi con “Il Piccolo” il libro di dell’Acqua, Cirri e Rossi “(Tra parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione”

TRIESTE «Penso che la domanda su cosa resta oggi dell’eredità basagliana sia completamente fuori luogo. Non è che resta qualcosa: è che sta per cominciare tutto». Spiazza la risposta dello psichiatra Peppe Dell’Acqua interrogato su una giornata particolare come quella di oggi: il 29 agosto 1980 moriva prematuramente, a 56 anni, Franco Basaglia, padre della psichiatria moderna e motore di quella rivoluzione “gentile” che ha aperto i manicomi e avviato la legge 180: era la fine della logica sociale, imperante fino a quel momento, basata sull’annientamento del malato e l’inizio di un nuovo cammino che gli avrebbe restituito individualità e dignità, concentrandosi sull’uomo prima che sul paziente.

Quarant'anni fa l'addio a Basaglia: la vera storia di un'impensabile liberazione



A ricordare, 40 anni dopo, la dirompente azione dello psichiatra veneziano attuata tra Gorizia, Colorno e Trieste e unica al mondo, si moltiplicano le iniziative in occasione della ricorrenza. Da oggi, con “Il Piccolo” nelle edicole c’è il libro “(Tra parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione”, di Massimo Cirri, Peppe Dell'Acqua, Erika Rossi (Ed. Alpha & Beta, pagg. 144, a 9 euro più il prezzo del quotidiano) il libro che racconta quell’avventura, mentre Esof gli dedicherà due giorni di tavole rotonde e laboratori: lunedì alle 10 al Teatrino "Franco e Franca Basaglia" l'International Mental Health Collaborating Network organizza una conferenza su “La ripresa della comunità” nel postCovid, e a seguire tavola rotonda sul tema: “Per una nuova integrazione della salute mentale nello sviluppo umano e sociale”; martedì invece dalle 10 alle 23 conferenze ma anche laboratori pratici di tessitura e lavorazione della ceramica, uno spettacolo teatrale, un museo interattivo, luci e musica al locale Il Posto delle Fragole.

Prosegue intanto l’iter della candidatura di Basaglia – formalizzata nel 2019 dall’International Community Panel omonimo – al Premio Nobel per la Pace, mentre la Rai regionale trasmetterà domani, alle 10.30, “I giardini di Abele”, girato nel 1968 da Sergio Zavoli.



«Non c’è un’eredità di Basaglia, non c’è neanche che cosa resta – esordisce Dell’Acqua, che lo ha affiancato sin dagli inizi –. Ciò che bisogna comprendere è il contributo che ha dato, la svolta storica che ha portato il suo modo di operare, con quel suo sguardo critico e visionario: ha prodotto una frattura incolmabile perché ha riportato nel contesto delle relazioni umane i matti, e con loro tutti i fragili, i senza volto, gli invisibili. Non sembri poco: perché questi, allora, non esistevano neanche, erano relegati fuori dalle mura delle città. Basaglia ha fatto sì che fosse loro riconosciuto qualcosa che ha a che vedere con la cittadinanza e li ha fatti diventare da cittadini di serie C a Persone. Con una storia, bisogni, singolarità: questo ha significato portare a una dimensione del terapeutico una disciplina, quella psichiatrica, che fino a quel momento di terapeutico aveva poco, tesa com’era al controllo sociale. Oggi grazie a lui è impossibile dire “questa persona è incapace di intendere, non può capire” : ha lavorato perché chiunque potesse essere considerato in una condizione di possibilità di stare nelle relazioni, anche se schizofrenico». «Non smetteva mai di fare né di pensare, di interrogarsi, allo stremo, bruciato dall’urgenza di non sopportare quella situazione», ricorda ancora. Tutto questo accadeva proprio qui, a Trieste, «dove si è tenuta la più grande rivoluzione scientifica dei tempi moderni» ma iniziava a Gorizia.

Oggi Paola Zanus, specializzanda con Dell’Acqua nell’89, vent’anni a Trieste, è da tre anni a capo dei due Centri di Salute Mentale di Gorizia e Monfalcone. E non si può non notare come nell’organigramma del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, a partire dal timone retto da Elisabetta Pascolo, la presenza delle donne sia massiccia. Zanus continua sul campo la lezione basagliana di ascolto e confronto: declina la nostra prima telefonata perché, solo nell’arco di mezza mattinata, ha 12 persone da ricevere, tra pazienti e tecnici. Ma poi racconta. «L’attualità della pratica di Basaglia è cogente: la questione dei muri si vede ancora oggi attraverso soluzioni che incamerano e ingabbiano e la contenzione fisica, ad esempio, è ancora un problema. Accade nei pronto soccorso, nelle medicine fino alle case di riposo, ed è usata allo scopo di controllo e sicurezza. Il nostro compito è di dimostrare che c’è altro, che si possono fare mediazioni coinvolgendo familiari o altre figure per evitare la contenzione, che è a tutt’oggi una pratica reale».

Resistono anche i farmaci, veicolati da un tamtam mediatico costante. «Lavoriamo spesso in un’ottica di de-prescribing, togliendo invece che dando. Il farmaco rassicura, è anestesia della sofferenza e porta al silenziamento del sintomo. Ma quel sintomo va tradotto, non silenziato: e il lavoro in salute mentale apre i problemi, li moltiplica per farli diventare da individuali a collettivi. Soprattutto non vale la “restitutio ad integrum”, al portiamo tutto com’era prima: invece nella salute mentale come la costruiamo oggi noi eredi di quella tradizione, è un lavoro di emancipazione, evolutivo, che trasforma le cose ma non le riporta mai più indietro». —
 

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