Che barba la mia piccolina col suo bello spettinato la loro storia è un tormentone

Non ne poteva più di frasi come «Sì, saremo insieme, noi due contro tutto e tutti». È proprio vero: chi è innamorato deve astenersi dal toccare l’argomento

TRIESTE «Amore mio, qualsiasi cosa accada sarò al tuo fianco».

«Anche se Lady Agata sferrasse un altro attacco al latifondo dello zio Lauro?».


«Odette, nessuno potrà farti del male!».

«Sì, saremo insieme, noi due contro tutto e tutti!».

«E adesso, piccola, vieni tra le mie braccia».

Nausea alla bocca dello stomaco. Non soltanto perché non aveva ancora pranzato e in compenso aveva bevuto mezza dozzina di caffè. Una tazzina ancora e sarebbe diventata chicco-idrofoba...



Ma veramente a qualcuno poteva ancora importare un fico secco delle vicende di Odette e delle sue svariate paturnie quotidiane? C'era chi continuava ad appassionarsi, dal divano alla tv, alle sue scialbe e ripetitive avventure? Non erano nemmeno interattive, mentre dai social ormai si poteva anche consigliare il parrucchiere a Julia Roberts dandole una pacca virtuale e intromettersi, come la portinaia del palazzone globale, in pseudo faccende intime urlate in rete.

E quel nome? Bello per carità, lo aveva scelto lei, ma perché non Anna, Paola o Sara? Invece, per forza, le aveva ficcato un appellativo che suonasse più esotico, come se fosse un'attrice che si affacciasse sulla Belle Epoque. E “la piccola Odette”? La piccolina era alta un metro e settantanove. E qualche fonte in internet citava 1,81. Forse si allungava o accorciava a seconda delle condizioni meteo. Di bassa statura certo non era. E per affiancarle un uomo che, da prontuario dei cliché romantici, trasmettesse un senso di protezione, la produzione le aveva trovato una sorta di armadio a due ante, che superasse il metro e novantacinque. Rare erano le volte in cui Odette indossava i tacchi, mantenendo peraltro l'equilibrio sui sassi dei sentieri limitrofi. Le occasioni mondane erano qualche sagra di paese, un battesimo o uno sposalizio ogni tanto. In quei frangenti doveva togliersi prontamente i trampoli, comunque, se nell'inquadratura camminava accanto al suo bellimbusto. Il regista non le riprendeva i piedi inciabattati.



«Piccola è un tenero vezzeggiativo» aveva fatto notare a Francesca, di fronte alle sue rimostranze, la responsabile della revisione dei soggetti di serie. Insomma non poteva crescere mai quella benedetta ragazza. Doveva restare prigioniera per sempre di aggettivi leziosi e scarpe basse.

La responsabile, con disgusto, abbassandosi gli occhialetti sul naso, aveva affermato con inattaccabile sicurezza: «Potrebbe anche avere due metri e dieci, ma per un uomo innamorato lei sarà comunque la sua piccola!».

«E allora che importanza ha quali scarpe indossa?», aveva protestato debolmente Francesca, ma l'altra l'aveva già seminata in corridoio.



Odette era piccola e lei, Francesca era scema a non capire tali cose basilari dell'amore, per lo meno quello girato in alta definizione. Un vero peccato che la responsabile non le avesse detto: «Vieni qui, scema, tra le mie braccia!».

Sarebbe stato un gesto carino da parte sua, considerando che, accanto a una galoppante frustrazione, Francesca potesse avere bisogno d'affetto.



Certo che lo sapeva, lei, che Odette era un delicato e tenero fiore (con l'anima d'acciaio), verso cui qualsiasi uomo sano di mente e costituzione provava un impeto di (rispettosa) passione e di istinto protettivo. Lo sapeva benissimo. Del resto la teneramente vezzeggiata era una sua creatura. Perlomeno lo era stata. Adesso Odette le stava pesantemente sulla scatole, se ne dissociava ogni giorno di più. Un tempo l'aveva amata. Si era veramente preoccupata anche per le sorti di quel terreno, ricevuto in eredità da Odette da un parente sbucato all'improvviso tramite notaio, nella prima puntata. Per quel fazzolettone di terra strappato all'incedere dell'incuria e della vegetazione invasiva, i cuori di Francesca e Odette avevano battuto all'unisono, mentre veniva riportato, con il sudore della fronte, a rinnovato splendore, dando merito alla volontà del caro estinto. Francesca aveva immaginato per Odette gioie agresti, rilassata felicità in mezzo ai grilli e sotto le stelle. Il patrimonio rurale però era subito entrato nelle mire di tanti, pronti a compiere qualsiasi nefandezza pur di entrarne in possesso.

E tra tutti svettava Lady Agata, campionessa olimpionica di cattiveria. Beh, anche questo lo aveva deciso Francesca e, per carità, ci stava. Dove vai se un antagonista e un conflitto non li hai? Mica la vita, anche nella finzione, è tutta grilli e stelle! E come non stimare, da principio, la caparbietà con cui la fanciulla aveva difeso la sua proprietà, un significato ben più profondo delle radici dei vegetali? Ma a un certo punto non se ne poteva proprio più! Neanche avesse nascosto un giacimento petrolifero sto terreno! Era un campo di pannocchie, santo cielo. Sempre più spesso Francesca sognava ridurlo con un lanciafiamme a una gigantesca terrina straripante di popcorn. Per poi sedersi sull'erba, ai bordi del campo, sgranocchiandoli, e valutare soddisfatta: «Finalmente! Che sollievo!».



A volte le tornava in mente quella frase, chissà di chi. Non aveva voglia di consultare Wikipedia. «Non scrivere dell'amore quando sei innamorato». L'aveva sempre considerata piuttosto vera. Se sei straripante di emozioni, come una terrina di popcorn, e magari tu stessa stai prendendo lucciole per lanterne, non è semplice fare ordine dentro te e sulla carta. Rischi di parlarti addosso invece di dare a voce ai personaggi. Di condurli dove, più saggi del loro creatore, non se la sentono di andare per niente. Si ancoreranno con mani e unghie sullo stipite urlando “non voglio!”, mentre li tiri ostinatamente dalla tua parte. Lo spettatore lo percepirà anche se li trascini dove hai deciso tu. Ma che succede quando è l'autore a sentire il bisogno di gridare: «Non voglio»?



«Odette, senti, sono Francesca. Sì, lo so che ti svegli presto, là in campagna, e hai sempre un sacco di cose da fare. Ho bisogno di parlarti. Non voglio più. Dillo tu a questi, dillo tu a quella con gli occhialetti che mi fa le smorfie, anche a quelli che dal divano ti vogliono vedere così. Dillo tu che non ne vuoi più sapere di ciabatte e campi di pannocchie. Neanche e soprattutto di quel tizio. E che pure Lady Agata comincia a farti pena. Perché i cattivi veri mica si presentano con un biglietto da visita, come quella là, sono molto più abili. E non ha niente di meglio da fare che rompere le scatole a noi due? Si pigliasse una vacanza! Guarda, gliela pago io!». Francesca ormai aveva un'idiosincrasia per i sentimenti e le tumultuose vicende varie della sua (ex) eroina. Non sopportava più nemmeno la sua virginale purezza, educata al self control e al rossore anche quando avrebbe dovuto mitragliare parolacce. Quando Francesca era innamorata, lei, e pensava che il massimo fossero i baci e la rilassata felicità tra i grilli, aveva avuto più entusiasmo nei confronti degli accoramenti di entrambe. Ora, invece, rifletteva sul fatto che erano anni, contati in serie, che Odette e quel tizio si cercavano, perdevano, ritrovavano, riperdevano e riprendevano tra le pannocchie. Senza mai venirne a capo. Non erano stufi? Erano troppi calendari scaduti e usati nella lettiera del gatto quando la sabbia era finita, che quel tizio le diceva: «Sono sempre al tuo fianco!» per poi sparire al momento meno opportuno. O forse più opportuno, per darsi alla macchia. Con ’sti scagnozzi di Lady Agata che lo tramortivano colpendolo alle spalle, lo chiudevano legato e imbavagliato in un granaio o spedivano nascosto in un carro alla volta di un altro Paese.

Dopo millemila volte che lo avevano colto di sprovvista un uomo tanto intelligente e scafato quanto costui pretendeva di essere, valutava Francesca, se le sarebbe guardate le spalle, no? Sii pratico, prendi uno specchietto retrovisore, attaccatelo al braccio anche se vai a dare da mangiare alle galline! Evita di tornare alla tenuta di notte da solo, spavaldo, e passando per il bosco dove sai ormai che ti percuoteranno il coppino con un bastone! Quando Odette lo credeva perduto per sempre, piangendo disperata mentre si affacciavano nuovi pretendenti di altezza variabile, Lui riappariva. Sbucava dallo sfondo, i capelli spettinati dal vento. Attraversava il campo di mais con l'aria di chi fende ostacoli nella foresta con un macete. Il cane, per primo, dalla veranda lo sentiva avvicinarsi, alzando un sopracciglio di cane, annusava nell'aria il suo profumo di machoman. Abbaiava per richiamare l'attenzione della sua bella.

 
 
«Odette, scusa se te lo dico, da amica: capisco che ritorna, ma avete mai veramente vissuto insieme per un tempo ragionevole? Sai se regge la quotidianità? Diciamoci la verità, “piccola”, non è colpa di Lady Agata e nemmeno delle pannocchie che fanno gola a tutti... Sto tizio è indisponibile, totalmente inaffidabile. Disordinato. Un filino maschilista. Magari, senza tutto questo caos, dopo tre giorni ti farebbe morire di noia. Ha mai detto qualcosa di veramente interessante oltre a frasi fatte? Ah? Con tutto che possa essere un argomento interessante, avete mai discorso di altro a parte che sulle sorti del mais? Ti ha mai ascoltata davvero? Non è che ti senti sola, Odette? A me puoi dirlo...». «Io sì! - sentenziò Francesca a voce alta -. Mi sento sola!». 
 
 
Lo era anche nella stanza. Chiuse il pc portatile, un colpo secco. Sospirò, come nemmeno Odette sapeva fare a favore di telecamera. Oggi la Rocca di Monrupino, che amava da quando era bambina come un eremo di pace, le sembrava vicina e al contempo lontana, la immaginava avvolta in una magica nuvola. Là dov'era lei invece il sole scaldava prepotente, soffocante, entrando in casa attraverso la finestra. 
 
Il caldo la rendeva indolente più di quando potesse Odette. Ma sentiva anche un'urgenza di mettersi in marcia. Finché, da uno specchio di cielo tra le tende, una nuvola fece capolino. Poi altre, unite a sbuffi. Un temporale si annunciava, senza rompere gli argini, ma rompendo gli indugi. Un passo dopo l'altro, magari meno agile e sicuro del solito, ma avrebbe raggiunto la sua Rocca.
 
 
 
In paese Francesca schivò chi spostava le labbra dai gelati e dai bicchieri, per salutarla, lasciò indietro il vociare dei tavolini all'aperto. Di nuovo sola sul viso iniziò a sentire gocce minuscole, indecise, non soltanto di sudore. Eccola la Rocca. Deserta. Da un po' aveva iniziato a piovere con più determinazione. La porta della chiesa era aperta. Entrò, per esprimere un desiderio al Signore, come se Lui fosse una mamma, un padre, un amico, un po' anche il genio della lampada. Ma era andata là anche e soprattutto per acciuffare l'orizzonte con lo sguardo. Ora che pioveva più fitto, il cielo imbrunito scuriva anche quel tripudio di verde che aveva davanti agli occhi. Il cellulare stava spento nella tasca, senza restare appesa a messaggi con parole che percepiva ormai come frasi fatte e vuote. E in quella solitudine totale, che però si apriva su un mondo vivo da ogni lato, sporgendosi, Francesca salì in piedi su quel muro, con un senso di libertà.
 
 
E quando si voltò verso la chiesa lo vide, dietro a lei.
 
«Che ci fai qui?», gli chiese. 
 
«Che ci fai tu, là in bilico, coi tacchi!», disse lui, scuotendo il capo, preoccupato che scivolasse, ma anche con un sorrisetto divertito e complice. L'aiutò a scendere. E quando, una di fronte l'altro, lei lo superava in altezza Francesca pensò: «Chi ha deciso quanto debba essere alto l'uomo che ti dà un senso di protezione?». A Francesca era sempre parso perfetto così, perfetti entrambi, insieme, fino a che non aveva iniziato a cambiare idea.
«Sapevo di trovarti qui», disse lui. E lei, con una punta palese di sarcasmo: «Io invece mi stupisco di vederti. Nessun impegno di lavoro capitato tra capo e collo, nessun viaggio “inaspettato”, come sempre?». 
 
«Nessuno. Davvero sei venuta da casa tua sino a qui camminando con quelle scarpe? Non ti fanno male i piedi?». 
 
«Abbastanza. Ho deciso di tornare a danzare nella vita! Senza di te. Tanto...».
 
«Facendo l'equilibrista a Monrupino? Francesca, enfasi a parte, la smetti di farti i tuoi film, per piacere?». 
 
«Mi pagano per scriverli».
 
«Sì, ma tu poi ci credi. E guarda che i tacchi non li metti perché non li sopporti tu!». 
 
«Era simbolico!», protestò lei.
 
Lo guardò negli occhi. In silenzio si dissero così tante cose che lei sbuffò: «Taci, che è meglio».
 
«Se lo avessi saputo», disse lui «ti avrei portato un paio di ciabatte». 
 
La prese in braccio, per risparmiarle il mal di piedi fino all'automobile, mentre un lampo illuminava il cielo.
 
«E non provarci a chiamarmi piccola!», gli intimò. «Preferisco dirmi da sola che invece sono stata un po' scema!».
Sospirò. Un ultimo sguardo verso l'orizzonte, immaginando al suo posto un enorme campo di pannocchie. Eppure in quel momento provava più simpatia per la sua Odette, il suo difendere ciò in cui credeva. Chissà, magari aveva le sue buone ragioni... — 

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