Alan Hranitelj: ago, filo e una visione del mondo. L’ eleganza oltre la porta occidentale

Il costumista con 400 produzioni alle spalle vede le sue opere anche in 4 musei. “Qui era il luogo ideale per noi sloveni: trovavi tutto e tutto diventava realizzabile”

TRIESTE Lo raccontano le immagini che crea, dotate di un’eleganza sofisticata che materializza sogni e inquietudini sui palcoscenici di tutto il mondo. Alan Hranitelj, costumista sloveno, sceglie un’identità cosmopolita. Lavora nella prosa, nell’opera, nel balletto, nel circo moderno, nel cinema e conta attualmente oltre 400 produzioni, dal Burgtheater di Vienna al Cirque du Soleil. Le sue opere sono esposte in quattro collezioni museali permanenti. Ha lavorato spesso anche a Trieste, dove ritornerà nella prossima stagione vestendo una nuova e particolarissima produzione di teatro sensoriale sulla storia del profumo al Teatro Stabile Sloveno. In questo teatro ha lavorato in diverse produzioni, tra le quali le più recenti sono l’Amleto dark e moderno ideato dal regista Farič e l’interno viennese di “L’apparenza inganna” di Bernhard. Lavorare in un ambiente multiculturale non è per lui un’eccezione, come ci racconta: «Viaggio molto e lavoro in tanti luoghi, quindi la compresenza di culture e visioni diverse è diventata per me uno stato naturale. Trovo sia un modo più completo di guardare alle cose».

E fuori dal teatro?


Nei periodi in cui lavoro a Trieste non mi rimane molto tempo libero e nelle pause dal lavoro amo passeggiare e respirare la città, scoprirne nuovi volti. Mi piace perdermi nelle città, anche annusarle. La cucina è per me ad esempio un momento molto importante, che si tratti di ristoranti stellati o cucina casalinga. Tendo a sentirmi a casa ovunque, ma Trieste ha una valenza particolare per il paese dal quale provengo. Certamente l’ho vissuta nella mia infanzia come la “porta occidentale”. Negli anni Ottanta era una sorta di luogo ideale, dove trovare una grande scelta per ogni tipo di articolo, oggetti che da noi non si trovavano, una miriade di possibilità.

A quell’epoca pensava già di diventare costumista, “da grande”?

Non c’è stato un vero e proprio momento in cui ho deciso che sarebbe stata la mia professione. È cresciuta con me, da sempre. A casa avevamo una vecchia Singer che io e mia sorella utilizzavamo per sperimentare. Le nostre vittime preferite erano ovviamente le lenzuola, ma quando ci siamo accorti che non ce n’erano più a disposizione, in un tragico momento abbiamo deciso di utilizzare il copriletto di broccato azzurro della mamma. Non l’ha presa per niente bene...

La sua fantasia spazia in regioni diverse dello spettacolo.

Ogni ambito ha regole proprie. Pensiamo ad esempio al balletto, dove il costume deve essere funzionale al movimento. In alcuni spettacoli capita di dover ragionare con tutti i diversi approcci contemporaneamente. Non si deve nemmeno fare l’errore di immaginare che oggi l’opera richieda i costumi più sfarzosi: le regie attuali prevedono infatti costumi molto simili a quelli utilizzati nella prosa. Mi piace passare da uno stile all’altro, ma quello che importa veramente è perché un dato personaggio debba indossare quell’abito. Deve esserci un perché dietro a ogni cosa che l’attore indossa. Risulta molto più facile fuori dalle convenzioni del costume storico.

Che tuttavia impone un impegno artigianale molto stimolante...

I costumi storici o di fantasia sono un altro tipo di sfida. Ovviamente a livello di fotografia sono molto più esposti e ottengono un maggiore effetto. Qui do’sfogo alla mia fantasia, mentre nella dimensione reale e contemporanea prediligo linee estremamente pulite. Sono convinto infatti che il vero sfarzo risieda più nell’utilizzo dei materiali che nella forma vistosa.

Il costumista è l’ideatore o mette mano anche ad ago e filo?

Per il costumista collaborare attivamente in sartoria è uno dei momenti più importanti del processo creativo. Tutti i teatri hanno sarti magnifici, che possono dare vita ai bozzetti, ma è fondamentale avere la presenza costante del costumista nella realizzazione di ogni dettaglio, per capire veramente in che direzione andare. Durante la preparazione di uno spettacolo lo staff della sartoria diventa in qualche modo la mia seconda famiglia.

Quando crea un costume pensa soprattutto al personaggio o anche alla fisicità e personalità dell’artista?

Il costume non è un disegno, deve dare all’attore la giusta energia. Non basta comprendere il ruolo nello spettacolo, ma è necessario conoscere prima anche l’attore che lo interpreterà. Devi cogliere la sua personalità, il suo modo di recitare, di muoversi. Il mio bozzetto è aperto, rappresenta senza imporre, perché si evolve insieme all’attore nel processo creativo. Ad esempio non è detto che tutti siano disposti a esporre una propria caratteristica fisica, quindi se necessario occorre rimodulare il messaggio del costume con altri mezzi, ascoltando la sensibilità dell’attore che deve sentirsi a proprio agio nell’abito che indossa.

Cosa signifca vedere i propri costumi esposti in sedi museali?

È un grande riconoscimento, significa che qualcuno ha riconosciuto il tuo lavoro come parte di un patrimonio culturale. Questo assume un significato ancora più importante in quanto riguarda tutto il settore della costumografia, il suo ruolo professionale e artistico nell’ambito del teatro e della cultura in generale.

L’eleganza è uno stile di vita?

È una visione del mondo, uno stato dell’anima, qualcosa che possiedi o meno. Come lo stile, è qualcosa di innato. Puoi impararlo con l’osservazione, ma l’artificio difficilmente si nasconde. —

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