Elettra Marconi novant’anni di storia d’Italia: «E non vedo l’ora di tornare alla Barcolana»

Domani è il genetliaco della figlia dell’inventore del telegrafo senza fili, che viene spesso a Trieste a vedere i resti della “sua” nave

TRIESTE. C’è una parte del relitto a Trieste, all’Area di Ricerca, che porta il suo nome. Figlia del Premio Nobel Guglielmo Marconi (1874-1937), domani la principessa Elettra compie novant’anni. Oggi la principessa (suo marito, il principe Carlo Giovanelli, morto tre anni fa, era erede di un nobile casato) vive a Roma, nel palazzo di famiglia di via Condotti.

Da sempre, assieme al figlio Guglielmo Marconi Giovanelli, porta avanti il ricordo del padre, l’inventore del telegrafo senza fili, uno di quegli uomini che hanno dato una svolta al cammino dell’umanità. Il suo studio, il centro della sua esistenza, è stata la nave “Elettra”, nata “Rovenska”, voluta da un Asburgo. In quel laboratorio galleggiante Guglielmo trascorreva molti mesi all’anno assieme alla moglie Maria Cristina Bezzi-Scali e alla loro figlia battezzata come la nave che gli ha portato fortuna, Elettra.



Tutto però era cominciato nella Villa Griffone dei genitori di Guglielmo, a Sasso Marconi (Bologna). «Lì, da ragazzo – racconta Elettra Marconi, che a novant’anni sembra non rendersi conto di fare parte di un pezzo della storia del mondo - mio padre faceva gli esperimenti. A 21 anni ha presentato la sua invenzione, l’idea di comunicare senza fili, al Governo italiano che però non era interessato. Viste le origini di sua madre Annie Jameson, è andato con lei a Londra dove è stato da subito capito e ha fondato la Compagnia Marconi».

Com’era la giornata tipo di suo padre?

«Sullo yacht “Elettra” con mio padre giocavo e chiacchieravo. La colazione che faceva era abbondante, all’inglese con uova, burro, marmellata. Mangiava molto al mattino perché lavorava tanto. Si alzava presto. Quello yacht era bellissimo! Lì sono nate molte sue invenzioni».

Come la “Navigazione cieca”?

«Certo, il radar! Per vedere nella nebbia e riconoscere gli ostacoli, evitando le collisioni. Poi c’è quella dell’antenna parabolica, il principio dei satelliti. Neil Armstrong ha detto che se non fosse stato per Marconi, lui non avrebbe messo piede sulla luna. L’ultima invenzione di mio padre è stata l’estrazione dell’oro dal mare: l’ho visto estrarre l’oro usando dei recipienti che calava nel mare e poi riprendeva dall’oblò. Era una magia. Vedevo questi fili d’oro e l’aiutavo a dividerli dalle alghe. Era oro di tre colori diversi: rosso, giallo e verde».

Tra di voi c’era sintonia?

«Molta. Mi parlava come se fossi una persona adulta, raccontandomi i suoi progetti, mi faceva gli scherzi e dalla cabina radio mi faceva sentire le voci da tutto il mondo».

Suo padre ha volato con i fratelli Wright, pionieri del volo...

«Lo avevano invitato a volare con loro. Dev’essere stato avventuroso. Dopo quella esperienza, mio padre disse che era ancora troppo presto per andare in aereo. Ora gli aerei sono diversi. Sono stata in Australia otto volte, sette in aereo e la prima per mare con la nave “Guglielmo Marconi”. Era il novembre del 1963 e mia madre era la madrina della nave. Abbiamo fatto la traversata su questa bellissima nave del Lloyd triestino, partendo da Trieste».

Era la prima volta che veniva a Trieste?

«Sì. Quando c’è stato il varo io e mia madre abbiamo visitato la costa, il castello di Miramare, il Carso, fino a Gorizia. Amo Trieste. L’equipaggio della nave era triestino, eccetto il comandante. Tutti simpatici».

A Fiume, nel 1920, Gabriele D’Annunzio è salito a bordo dell’ “Elettra”. Che rapporti aveva con suo padre?

«Avevano tante idee che condividevano ma le loro vite erano differenti. Comunque D’Annunzio è stato un grandissimo amico di mio padre».

Suo padre apprezzava la bellezza della natura...

«Per lui lo spettacolo più bello era il tramonto, l’alba, i cambiamenti del mare, del cielo. Guardava sempre il firmamento, le stelle. Studiava l’universo perché da esso riceveva l’ispirazione per i suoi esperimenti».

Amava anche la musica ed era amico di Giacomo Puccini.

«La musica è un’altra passione che mi ha trasmesso, oltre a quella per il mare. Mio padre andava a trovare Puccini a Torre del Lago. Era anche amico di Enrico Caruso: hanno fatto delle traversate dell’Atlantico insieme. Gli piacevano Chopin, Beethoven, Schubert e pure le canzoni napoletane antiche. Appena trovava un pianoforte si metteva a suonare: quando era giovane e costruiva le stazioni radio a San Giovanni di Terranova, suonava spesso. Quelli che lavoravano con lui si divertivano».

Il vostro rapporto con la fede?

«Siamo una famiglia cattolica. Mia madre faceva parte della nobiltà romana del Vaticano. Mio padre diceva che se aveva avuto la possibilità di utilizzare le forze della natura a beneficio degli uomini era sicuramente opera di Dio. È stato Papa Pio XI a chiedergli di costruire Radio Vaticana».

Qui a Trieste, oltre al relitto della prua della “sua” Elettra, è conservato il pulsante con il quale suo padre da Genova, a bordo dello yacht che porta il suo nome, ha acceso le lampadine del municipio di Sydney. Era il 26 marzo 1930 e dopo qualche mese sarebbe nata lei.

«Sì, esatto. Quel tasto è al Museo del Mare, posto magnifico! Quando vengo a Trieste voglio sempre andare lì, e a Padriciano a vedere la prua dell’“Elettra”».

Il Museo del Mare, ora è chiuso, vorrebbero spostarlo in Porto Vecchio...

«L’importante è che conservino bene quello che c’è. Sono grata a Trieste».

Nel 2014 è stata in città per la Barcolana assieme al velista Gianfranco Oradini e l’arciduca Markus d’Asburgo.

«È stato bellissimo: amo la barca a vela; purtroppo, quella volta, non c’era vento. Spero di ritornare a fare la Barcolana!».

Che consiglio darebbe ai giovani, visto il periodo che stiamo vivendo?

«Di essere bravi, positivi, avere coraggio, pensare che è un periodo che poi passerà e nello stesso tempo cercare di essere d’aiuto, dando coraggio agli altri. È importante non abbattersi». 
 

Zuppa fredda di barbabietola, arancia e yogurt

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi