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Settant’ anni fa Tiberio Mitri come Rocky battuto ai punti sul ring da Jake LaMotta

Jake LaMotta scherza con la moglie Viki, a destra, e Fulvia Franco

Il 12 luglio del 1950 la sconfitta del pugile triestino voluta dalla mafia che avrebbe ispirato film e racconti

TRIESTE. Era anche il giorno del suo compleanno, quel 12 luglio di 70 anni fa. Tiberio Mitri compiva 24 anni e sul ring del vecchio Madison Square Garden a New York lo aspettava una sfida impossibile, che resterà però nella storia della boxe, del costume e del cinema. Il triestino di San Giacomo Mitri, campione d’Europa dei pesi medi, detto “l’angelo biondo”, contro Jake LaMotta, campione mondiale in carica, detto “il toro del Bronx”, che un anno prima aveva strappato il titolo al francese Marcel Cerdan, grande amore della cantautrice Edith Piaf.

Il match tra Mitri e LaMotta del 12 luglio 1950 che vide la sconfitta di Tiberio. La vicenda ha ispirato Sylvester Stallone per il film “Rocky”

Mitri arrivò impreparato, ingannato dalla mafia e tradito dalla moglie Fulvia Franco, Miss Italia ’48, sposata il 15 gennaio di quel 1950. E infatti Mitri perse, ma resistette gonfio e tumefatto per 15 riprese, sconfitto solo ai punti. Un calvario che avrebbe ispirato il film “Rocky” di Stallone, mentre la vita di La Motta sarebbe diventata un malinconico e bellissimo film, “Toro scatenato” di Scorsese.

Nino Benvenuti e Tiberio Mitri


Boxe, mito e spettacolo, angeli caduti e tori scatenati, sangue e arena, sudore del ring e polvere di stelle, verità e leggenda si intrecciano indissolubilmente intorno a quel combattimento rimasto nella memoria collettiva. “Il nostro fu un incontro leale, come non ce ne sono più”, dichiarò LaMotta quando apprese la notizia della tragica morte di Mitri, finito sotto un treno, in stato confusionale, povero e abbandonato da tutti, il 12 febbraio 2001. “Un incontro leale”… Vorremmo credere a LaMotta e, come auspicava John Ford, nel dubbio fra verità e leggenda vorremmo stampare la leggenda.

Jake LaMotta e Tiberio Mitri scherzano

Ma come nel film capolavoro di quel 1950, “Rashomon” di Kurosawa, troppe versioni differenti e troppe verità nascoste sono riemerse negli anni, per non ricordare le tante sfaccettature di quell’indimenticabile match, che può sembrare, a seconda dei punti di vista, un film sportivo, di mafia, una commedia all’italiana, un melodramma. Dunque, al posto di Mitri avrebbe dovuto esserci proprio Cerdan per la rivincita contro LaMotta, ma il campione francese era scomparso da poco in una sciagura aerea sull’Atlantico.

“Voglio un altro sfidante europeo, meglio se italiano”, pare avesse detto il boss mafioso Frankie Carbo (quello sospettato di aver ucciso il “Bugsy” del film di Warren Beatty), che controllava i match mondiali dell’epoca. Così, fu un tirapiedi del boss, tale Lew Burston, a volare in Europa alla ricerca del sostituto di Cerdan e a capitare nella palestra milanese di Pasquale Gramegna, manager di Mitri, mettendo sul tavolo diecimila dollari per la procura del pugile triestino.

Gramegna respinse l’offerta, però morì qualche mese dopo di un tumore fulminante. Fu così che il clan Carbo non ebbe più difficoltà a portare via Mitri al nuovo manager, il triestino Cesare Pagani, complici stavolta minacce alla famiglia e la solita busta di dollaroni consegnatagli in una villa di Miami davanti a un esterefatto Mitri. Ma fecero molto effetto anche le lusinghe e le promesse (false) fatte alla moglie Fulvia Franco di un’improbabile carriera a Hollywood.

Del resto Mitri era da un anno campione d’Europa, avendo dominato con la sua scherma brillante il belga Delannoit, che si era preso il lusso di battere anche il grande Cerdan. Dotato di classe e tecnica, un danzatore e non un picchiatore, Mitri era un pugile eccezionalmente gradevole a vedersi. Era l’angelo biondo, aveva il ciuffo dei belli, gli occhi blu e una faccia da attore americano, di quelli che se ne infischiano. E avrebbe infatti finito per fare a lungo l’attore. La mafia pensò che poteva essere una buona scommessa.

“New York è piena di italo-americani – spiegò Frankie Carbo – riempirò il Garden. Sarà un successo”. Secondo Saverio Turiello, ex pugile milanese stabilitosi negli Usa e vicino a Carbo, il boss aveva predisposto uno di quei “trittici” perfetti per rastrellare montagne di dollari. Vittoria di Mitri nel primo incontro, rivincita a LaMotta e “bella” al più bravo. Ma qualcosa andò stranamente storto. Di sicuro la preparazione americana di Mitri non fu affatto serena.

Tiberio ricordava che gli tolsero gli sparring partner e dovette allenarsi da solo, con Rocky Graziano unico vero amico vicino. Poi, lo feriva il comportamento della moglie, che aveva preferito abitare per conto suo, che era volata anche a Los Angeles in cerca di una scrittura e che pare lo stuzzicasse al telefono alludendo ai propri tradimenti. Un paio di volte Mitri abbandonò di notte il ritiro per spiare i rientri della Franco in albergo. “E poi credo che mi abbiano anche drogato prima del match, fatto bere qualcosa”, azzardò Mitri anni dopo.

Arrivò la notte della sfida e l’ordine di mister Carbo era di puntare sull’angelo biondo, doveva vincere lui. Ma Tiberio non era se stesso, quei giorni americani l’avevano svuotato. Quasi paralizzato, tirava pochi e fiacchi pugni e altrettanto faceva LaMotta, al corrente della combine. C’è chi scrive al primo, chi al quinto round, il pubblico cominciò a rumoreggiare e Carbo diede l’ordine a LaMotta di far suo il match. Andò come andò, ma Mitri tirò fuori allora quel coraggio che nessuno gli aveva riconosciuto. Raggiunto alla fine dalla moglie nello spogliatoio, invece di consolarlo – avrebbe raccontato lui – la Franco gli chiese di voltarsi perché così pesto le faceva impressione. Dalla finzione alla realtà, tutto il contrario dell’Adriana urlato da “Rocky”. 

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