La miss e la macchina da presa: Mitri, un campione anche come attore

Tiberio Mitri, a destra, con l’attore, anche lui triestino, Livio Lorenzon, ne “La grande guerra” di Monicelli

Mentre la moglie Fulvia Franco come attrice ebbe parti secondarie il boxeur recitò, e bene, per Monicelli, Bolognini e William Wyler

TRIESTE. Fulvia Franco, la triestina eletta Miss Italia nel 1948, quando Trieste era ancora contesa e amministrata da un Governo militare alleato, agli inizi aspirava a Hollywood, ma ebbe solo simpatiche parti nelle commedie italiane degli anni ’50. Per ironia della sorte, sarà più intrigante la carriera cinematografica del marito Tiberio Mitri, per il quale il cinema era stato un ripiego o una fuga, e non il sogno.

Mitri ebbe infatti anche ruoli di primo piano (“Il nostro campione”, 1955; “Un uomo facile”, 1959) e il suo nome figura nel cast di una trentina di film anche internazionali come “La grande guerra” (1959) di Mario Monicelli, “Ben-Hur“ (1959) di William Wyler, “Jovanka e le altre” (1960) di Martin Ritt, “I due nemici” (1961) di Guy Hamilton, o di culto come “Diabolik” (1968) di Mario Bava. E solo per uno scatto d’orgoglio, motivato dai tradimenti della moglie (“Non volevo fare la parte del cornuto”) rifiutò il ruolo di protagonista nel “Grido” (1957) di Michelangelo Antonioni.

Fulvia Franco, Miss Trieste nel 1948, e Tiberio Mitri. Il loro matrimonio fu un evento da rotocalchi


L’intreccio fra la boxe e il cinema italiano parte da lontano. Il nostro primo pugile attore è stato il friulano Primo Carnera, interprete negli Usa de “L’idolo delle donne” (1934) di W.S. Van Dyke e poi di una ventina di titoli anche nella parte di se stesso. Altri italiani approdati allo schermo dal ring sono stati Erminio Spalla, campione europeo dei massimi nel 1923 e poi a lungo attore avventuroso, Enzo Fieramonte, campione nazionale dei medi nel 1931, e l’altro grande triestino Nino Benvenuti, impegnato però in due soli titoli, il western “Vivi o preferibilmente morti” (1969) e il poliziottesco “Mark il poliziotto spara per primo” (1975).

Ma è stato Tiberio Mitri, almeno per l’Italia, il personaggio che ha saputo unire meglio il mito della boxe e quello del cinema. Nei film a cui ha preso parte, sebbene per lo più in ruoli di fianco, si è dimostrato sempre disinvolto ed efficace, un campione di simpatia e naturalezza.

Le locandine di tre film con Mitri


Quando nel 1952 si trasferisce con Fulvia Franco a Roma, dove la coppia apre un bar e lei tenta l’avventura del cinema, Mitri è ancora un campione in piena attività. È popolare, prestante e fotogenico, i suoi lineamenti regolari non passano inosservati a Cinecittà, e così lo chiamano per piccoli ruoli nei film salgariani (“I tre corsari”, “Jolanda, la figlia del Corsaro nero”), che Mario Soldati gira come “divertissement” nel Lazio. Ma presto Mitri passa a qualcosa di più familiare, e così appare in “Era lei che lo voleva!” (1953) di Marino Girolami e Giorgio Simonelli, storia di boxe interpretata da ex pugili come Aldo Spoldi ed Enzo Fieramonte.

Qui Tiberio è Raoul, sparring-partner del protagonista Walter Chiari (a sua volta boxeur in gioventù). Nel 1955 Tiberio è al centro del film da lui più amato, “Il nostro campione” di Vittorio Duse, nei panni di un sacrestano di paese che si diletta di boxe, costretto a combattere per denaro per garantire a un amico un’operazione agli occhi. “Mitri rivela qualità di attore di primo piano”, recitano i flani, ma il film non ha successo.



Tiberio continua in seguito a ricoprire ruoli drammatici e brillanti in diverse pellicole, anche con registi importanti come “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo” di Mauro Bolognini (1956), dove trova spazio nella parte del pugile dilettante fidanzato di Valeria Moriconi, col nome nei titoli davanti a quello di Nino Manfredi. Nel 1959 ha un altro ruolo di rilievo in “Un uomo facile” di Paolo Heusch, in concorso al Festival di Berlino, con Maurizio Arena e Giovanna Ralli.

È una buona opportunità per Tiberio di tratteggiare il ritratto amaro di Richetto, un pugile in declino costretto per problemi economici a tornare sul ring, dove muore combattendo contro il cognato, boxeur in ascesa (Arena). La critica segnala la sua interpretazione come “l’autentica sorpresa positiva del film”.



Nel frattempo, la sua vita insieme luccicante e drammatica si svolge in contemporanea ai classici mélo sulla boxe di Robert Wise, “Stasera ho vinto anch’io” (1949) e “Lassù qualcuno mi ama” (1956), storie di coraggiosi perdenti e di manager spregiudicati che puntano sulla sconfitta dei propri pugili. Di Tiberio Mitri pugile e attore, lo storico del cinema Alberto Farassino, a lungo docente a Trieste, scrisse: ”Uno dei pesi medi più vivaci e fantasiosi. Un artista e non solamente del ring, che ha voluto leggere l’arte nobile in tutte le sue forme di arte e spettacolo facendo l’attore, il modello, lo scrittore e anche il pittore e lo scultore. La sua vita è il suo più bel film”. 

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