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13 luglio 1920: il rogo del Balkan alla periferia della nuova Italia

Gli squilibri economici e sociali del dopoguerra favorirono l’avvento dal fascismo che allora pianificò l’attacco

TRIESTE Il Narodni Dom (Casa Nazionale), edificio in stile Art Nouvau, progettato agli inizi del ‘900 dall’architetto Max Fabiani, era il luogo simbolo dell’impetuoso sviluppo demografico, economico, politico, culturale della comunità slava di Trieste, formata, agli inizi del XX secolo da sloveni, croati e cechi. Nel comune di Trieste erano già presenti due Case nazionali slovene, una a Barcola, l’altra nel rione di S. Giacomo. La sede unica del Narodni dom di Trieste fu collocata nel 1907 all’interno dell’Hotel Balkan, imponente edificio realizzato tra il 1901 ed il 1904. Per l’epoca un complesso d’avanguardia, polifunzionale, che ospitava, oltre all’hotel, una sala teatrale, uffici per varie organizzazioni, banche e assicurazioni.

L’incendio del Balkan è una vicenda controversa in cui la stampa nazionalista italiana e la storiografia fascista insistono sulla tesi del complotto slavo e su un Narodni dom deposito di armi, mentre la storiografia antifascista, suffragata da inoppugnabili riscontri documentali, indica che l’attentato partì dall’interno dell’edificio, ma con armi ed esecutori materiali introdottisi dall’esterno.



la cronaca

L’arrivo dell’Italia nei territori, poi divenuti Venezia Giulia, aprì una crisi strutturale, profonda, che recidendo molti legami con il retroterra, portava alla provincializzazione: i tedeschi, da gruppo etnico, si ridussero a colonia; sloveni e croati, secondo i calcoli di Schiffrer, per il 1921 scesero al 19-20% dei residenti del Comune di Trieste. Ci fu afflusso di gente dal Regno, anche meridionali. Ci fu il dissesto della finanza e conseguente deprezzamento dei salari. Il rapporto di cambio tra corona e lira passò dal 160 al 250%. Il potere d’acquisto dei salari fu dimezzato rispetto al resto d’Italia. Gli orientamenti politici del Governatorato, conferma Angelo Visintin, furono subito improntati a scelte centralistiche e annessionistiche e all’esigenza di ristabilire l’ordine politico e sociale. Nel rispetto del diritto internazionale, la continuità istituzionale e amministrativa doveva essere conservata. L’autorità militare disponeva di un ampio potere discrezionale: commissariamento, epurazione di dipendenti considerati slavofili o austriacanti in tutti gli ambiti dei poteri locali, degli enti burocratici, economici, morali, sostituiti da personale di sentimenti italiani.

Francesco Giunta


Nella politica d’integrazione delle nuove province, il Governatore Carlo Petitti di Roreto cercò il sostegno delle forze liberal nazionali, parte di quella classe dirigente che aveva guidato la passione irredentista. Nel clima di disorientamento generale, i ceti colti, privi della loro legittimazione politica, apparivano inclini ad atteggiamenti di estremismo nazionalista.



Si prestò, pertanto, molta attenzione e sostegno a tutte le forze eterogenee dello schieramento patriottico, in cui emergevano organizzazioni paramilitari, come la Sursum corda e la Trento-Trieste. Ufficiali e subalterni del Regio Esercito ne furono subito attratti. Contemporaneamente il Governatorato e i comandi locali dispiegavano un’intensa attività di contenimento nei confronti di rappresentanze civili, definite antinazionali, in primo luogo i socialisti, in forte ascesa a causa della grave crisi economica, che colpiva duramente anche i ceti medi. A Trieste e a Monfalcone, arsenali e cantieri navali vennero sottoposti a strettissima sorveglianza con metodi fortemente dissuasivi. A una vera e propria quarantena politica furono costretti i reduci dell’esercito austroungarico, a volte anche con interventi da parte del tribunale militare; sloveni e croati, in particolare, le élites culturali ed economiche furono soggette a un rigido regime di sorveglianza e prevenzione di attività “antitaliane”.

L’iniziale prudenza adottata dal governo si mutava in breve, specie negli ambienti militari, in diffidenza e ostilità, acuite dal contenzioso in atto con il neocostituito regno jugoslavo sulla questione dei confini. In vaste zone della Venezia Giulia e dell’Istria gli slavi erano la maggioranza. Ci furono provvedimenti anche nei confronti del clero: decine di sacerdoti slavi e friulani furono trasferiti nell’Italia Centrale e nelle Isole. Con l’andar del tempo l’autorità ecclesiastica avallò l’insediamento nella Venezia Giulia di religiosi provenienti dal Regno, ritenuti più affidabili. Tra tutte queste componenti, solo lo Stato avrebbe potuto mediare. Ma in Italia l’area giuliana fu valutata con il criterio della perifericità, come una zona di confine da curare per la difesa e l’offesa.

La struttura del Regno, scrive Elio Apih, lungi dal mediare queste esigenze, era adatta ad annullarle. I comandi militari avevano nella Venezia Giulia, che era zona d’armistizio, un solido potere e svolgevano attività politica di portata nazionale.



Nel febbraio 1919, decine di ferrovieri imputati di sciopero illegale furono condannati dal tribunale militare a due anni di reclusione, intellettuali slavi vennero internati in Sardegna. L’esigenza dello Stato forte e quello del confine geografico alle Alpi e dunque in territorio sloveno, erano condivise dall’opinione pubblica nazionalista per cui Trieste e nella Regione la convergenza tra essi e i circoli militanti fu più ampia che nel resto del Paese. Ne beneficiò, tra gli altri, l’ufficio locale della Trento-Trieste, attivissima sul piano della propaganda. Gradualmente si costituì un nuovo fronte politico, eterogeneo e inorganico, ma unito nella volontà di battere l’opposizione marxista e slava e di porre rimedio al disorientamento dei ceti medi italiani.

Tale strategia trovava una prima applicazione nel corso di gravi incidenti accaduti a Trieste il 3 e 4 agosto 1919, quando i carabinieri intervennero duramente contro un corteo di 1600 bambini socialisti appena rientrati da una gita sul Carso, promossa da un circolo socialista. I familiari li attendevano in piazza Garibaldi. Alla richiesta, rivolta ai carabinieri da un genitore, di lasciare libero transito ai bimbi, da essi interrotto, seguì un diverbio ed un parapiglia con arresti (di ben 430 persone), manifestazioni di nazionalisti e arditi, che attaccarono la sede del sindacato socialista ed il Narodni Dom. Ci fu un morto, Carlo Pollak, patriota diciottenne colpito casualmente da un moschetto. Altri atti di vandalismo e di saccheggio culminavano nella devastazione della Camera del Lavoro Socialista.

I funerali di Carlo Pollack


pericolosa convergenza

La convergenza tra nazionalismo, militarismo e capitalismo, vista spesso con simpatia negli ambienti liberali nazionali, aveva assunto in tutta la regione un ruolo determinante con l’impresa dannunziana di Fiume, da cui emerse un modello per una politica locale unificatrice in senso nazionale italiano. Si verificava una netta inversione di tendenza a vantaggio delle forze conservatrici e tradizionali. Una repressione violenta poteva rinviare la soluzione democratica della questione sociale e di quella nazionale. Fu questa la causa prima dell’avvento del fascismo, che aveva prestato viva attenzione alla questione adriatica. Per lo stato italiano non rappresentavano un pericolo né l’ostilità degli sloveni né la sinistra socialista, cresciuta in modo disorganico, diretta in modo improvvisato e con scarsità di mezzi; ma era terreno ideale per l’affermazione del fascismo, diretto dall’avvocato livornese Francesco Giunta.



L’attentato al Balkan ne costituisce il primo, clamoroso, esordio. Il pretesto fu dato ai fascisti da incidenti scoppiati in Dalmazia. In base agli accordi d’armistizio, la linea di demarcazione coincideva con quella del patto di Londra e la Dalmazia veniva a far parte, come la Venezia Giulia, delle zone d’occupazione italiane, con grande entusiasmo della minoranza italiana, specie degli elementi nazionalisti, che ne chiedevano a gran voce l’annessione, e con profondo turbamento delle popolazioni slave della regione. Da ciò frequenti incidenti, tra i più gravi dei quali furono quelli dell’11 luglio del 1920 a Spalato, sottoposta ad occupazione interalleata. Un’inchiesta internazionale, cui parteciparono anche delegati italiani, appurò che a provocarli furono due ufficiali italiani di marina, che avevano strappato una bandiera jugoslava, issata per festeggiare il compleanno del re Pietro. Come scrive Mario Silvestri, i due furono circondati da una folla indignata e minacciosa di slavi.

Dalla regia nave Puglia fu inviata in loro soccorso una motolancia, da bordo della quale fu sparato con armi da fuoco e furono gettate bombe a mano contro la folla, uccidendo una persona e ferendone altre. I gendarmi jugoslavi risposero al fuoco, uccidendo il tenente di vascello Gulli e il motorista Rossi. Il pomeriggio del 13 luglio, giunta la notizia a Trieste, il capo del fascismo triestino, Francesco Giunta, tenne un comizio in piazza Unità. Ne derivarono altri incidenti, nel corso dei quali fu ucciso un giovane dalmata, Giovanni Nini, dopo di che, seguendo un piano prestabilito, le squadre fasciste si diressero verso il Balkan, lo presero d’assalto; insieme a ufficiali e militari sopraggiunti da una vicina caserma vi sparsero bidoni di benzina e lo incendiarono, impedendo ai pompieri di avvicinarsi. Fascisti, militari e guardie regie spararono a lungo contro tutti coloro che si affacciavano alle finestre dell’edificio: uno squadrista, preso alloggio al Balkan, lanciò una bomba a mano del tipo Sipe e un petardo. Il farmacista jugoslavo Roblek, ospite dell’albergo, si gettò con la moglie dalla finestra per salvarsi dalle fiamme, rimanendo ucciso e la moglie gravemente ferita. Altri riuscirono a fuggire da una porta secondaria. Ma è probabile, scrive Mario Pacor, che vi siano state altre vittime nell’edificio, rimasto ad ardere per una settimana. Non se ne seppe mai nulla, essendo tutto incenerito e non avendo le autorità mai dato un resoconto del gravissimo fatto esaltato dalla stampa fascista e nazionalista, tra cui Il Piccolo, come una “purificazione” di Trieste, che giunse a definire quella giornata di terrorismo “I vespri triestini”. Quella sera i fascisti diedero l’assalto a numerose altre sedi di istituzioni slave ed anche di abitazioni di esponenti nazionali slavi. Devastata la chiesa di S. Spiridione e la scuola serba. Devastati gli studi degli avvocati Rybar, Wilfan, Abram, Agneletto e Kinovec, banche, imprese slovene. Alcune delle sedi furono difese insieme dagli slavi e dai socialisti triestini accorsi in loro aiuto.

A Trieste il noto squadrista Mario Forti, in carcere nel 1943 per devastazioni e saccheggi a negozi di ebrei e di slavi, confidò a un compagno di cella, che lui al Balkan c’era già stato alla vigilia dell’incendio, con bidoni di benzina e per un sopralluogo. Tali indizi della preordinazione e la partecipazione anche di militari all’incendio avvalorano la tesi del Salvemini, il quale, in una lettera allo storico triestino Carlo Schiffrer, scriveva: “Io mi domando se l’incendio dell’Hotel Balkan non fu voluto da Giunta e C.I, dai militari, per sabotare le trattative che portarono al trattato di Rapallo: cioè fu un movimento fascista non voluto dal governo giolittiano; quello che fu voluto da Giolitti e C.i. venne poco dopo, quando quell’esperienza dimostrò che cosa se ne poteva ricavare…”. E tornava dopo qualche tempo sull’argomento, riscrivendo: “Più ci lavoro intorno e più mi persuado che l’Hotel Balkan fu un’impresa comandata da Fiume ed eseguita dai militari per sabotare le trattative italo-jugoslave iniziate da poco”. Il fatto, per il momento, galvanizzò D’Annunzio assediato, che esclamò: “Il pericolo c’è finalmente! E se non ci fosse, sarebbe ora di andare a cercarlo A noi! Compagni, il laido porcaro serbo a tradimento ancora una volta ha sparso il latin sangue gentile”. Il giorno dopo il Narodni Dom di Pola subiva la stessa sorte di quello di Trieste. —
 

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