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Marcello Dudovich fotografo delle sue muse: sono loro le splendide donne da manifesto

Si aprirà il 10 luglio alle Scuderie di Miramare l’allestimento curato da Roberto Curci e Nicoletta Osanna Cavadini 

TRIESTE Quattro mesi di attesa, segnati da voci, illazioni, speranze e immaginarie retromarce. Ora Marcello Dudovich può finalmente dire di avercela fatta, di essere riuscito ad approdare a Miramare con i suoi manifesti, i suoi bozzetti e con le sue fotografie che spesso lo hanno l’ispirato nel segno grafico leggero, preciso, elegante.

Dudovich e le fotografie trasformate in manifesti: la mostra alle Scuderie di Miramare



A partire dal 10 luglio la grande mostra sarà aperta al pubblico nelle sale delle scuderie superando di slancio il blocco decretato nei primi giorni di marzo a causa del diffondersi dell’epidemia.

In questi mesi la mostra messa forzatamente in quarantena è stata curata, seguita in ogni passaggio istituzionale ed economico, accudita tra le incertezze organizzative, l’isolamento sociale e la diffusa diffidenza da Roberto Curci e Nicoletta Osanna Cavadini. Alle loro spalle ha agito la macchina organizzativa diretta da Andreina Contessa, direttrice del Museo storico e del Parco di Miramare. È stato il loro un minuzioso e difficile lavoro per salvare una grande rassegna che rischiava il naufragio.



Per offrirla alla visione del pubblico gli ostacoli da superare sono stati molti: in primo luogo è stato necessario rinegoziare i “prestiti” delle centinaia di opere fornire da collezionisti e musei: nessuno aveva pensato che la mostra sarebbe slittata di 120 giorni, da marzo a luglio, per prolungarsi poi fino ad autunno inoltrato. Il loro “sì” è stato unanime. Si è trattato poi di offrire ai proprietari delle opere l’estensione nel tempo delle garanzie assicurative. Si sono infine rifatti i “conti” su una possibile minore affluenza di pubblico, costretto a confrontarsi con le norme restrittive imposte congiuntamente dalla pandemia, dalla conseguente crisi economica e da un diverso approccio alle ferie.

Dietro le quinte è accaduto tutto questo e ora “Marcello Dudovich - fotografia fra arte e passione” va in scena portando sul palcoscenico di Miramare, i manifesti dei Magazzini Mele, della Borsalino, de La Rinascente, Pirelli, Campari, Assicurazione Generali, Martini, Agfa, Ras, spesso affiancati alle immagini fotografiche che li hanno ispirati.

Non è stato facile per Roberto Curci ricostruire e approfondire il rapporto che Dudovich aveva con la fotografia. Era nota la sua passione per pellicole e obiettivi, ma finora nessuno aveva scavato con tanta competenza nel rapporto tra immagine ottica, bozzetti e “schizzi” disegnati su carta a matita o carboncino e manifesti usciti dalle officine grafiche tedesche e italiane.



In estrema sintesi i curatori di sono avventurati tra le donne che si erano messe “in posa” per il “maestro” affrontando le regole imposte dalla sintassi del “disegnare con la luce”, guardando anche alle immagini dei film dell’epoca dei telefoni bianchi, senza tralasciare un reportage tra chi lavorava nei campi e nelle colonie italiane d’Africa. Tra le immagini fotografiche hanno un posto “riservato” in prima fila vi sono quelle che gli autori definiscono “Le muse”.

Dudovich “appassionato da sempre di musica, in particolare dell’opera lirica, era affascinato dal clamoroso boom che il cinema vive proprio negli anni della Grande Guerra. Raffigura quindi diversi personaggi femminili attivi sugli schermi e suoi palcoscenici” scrivono gli autori. Tra essi Francesca Bertini, Italia Almirante Manzini, Vera Vergani e la cantante triestina “irredenta” Geni Sadero.

Più tardi l’interesse dell’artista si sposta su altre modelle, amiche più che professioniste dello spettacolo. Con il suo obiettivo Dudovich le riprende nei momenti della loro vita agiata: al pianoforte, sull’altalena, in riva al lago, sotto una pergola accompagnate dal cane, allo specchio con una sigaretta tra le dita. Gli abiti sono eleganti, il tessuto “dipinge” il corpo come fosse una seconda pelle. Foulard, rose, turbanti, foglie di carta, colli di pelliccia, cappelli. Occhi che guardano nell’obiettivo, direttamente.

Questo immaginario fotografico si trasferisce sui manifesti, acquista i colori che il bianco e nero o il seppia dell’immagine ottica all’epoca non potevano garantire. Ed è il miracolo dei “cartelloni” che hanno accompagnato fino agli anni Cinquanta l’opera di Marcello Dudovich. Barche a vela, gondole, spiagge non ancora divenute carnai esposti al sole, passeggiate sotto gli alberi, campi da golf, giardini di ville di amici, gite in automobili decapottabili, sci e stazioni invernali. La bella vita tra le due guerre del cartellonista principe della pubblicità italiana, gli anni della sua spensieratezza, creatività e “mani bucate” in spese al di la di ogni limite. —
 

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