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Spie, “segnorine” e americani nella Trieste del Tlt raccontata da Vladimir Bartol

Momenti di vita quotidiana a Trieste negli anni del Governo militare alleato e del Territorio Libero. Vladimir Bartol ne fa un quadro in “Racconti umoristici triestini”

Esce per Comunicarte nella traduzione di Patrizia Vascotto “Racconti umoristici triestini” dello scrittore di madrelingua slovena

la recensione

Pierluigi Sabatti


Com’era Trieste durante l’occupazione anglo-americana? La città di spie di Scerbanenco di “Appuntamento a Trieste”; la città di “Primavera a Trieste” di Quarantotti Gambini; La città de “La corsa per Trieste” di Geoffrey Cox? Sì, era tutto questo, ma c’era anche un’altra Trieste rimasta in un cono d’ombra in quegli anni in cui è prevalsa la narrazione patriottica, focalizzata sulla “Questione di Trieste”, per dirla con Diego de Castro, quando la città era una delle aree di crisi mondiale.

Questa Trieste viene descritta da Vladimir Bartol nei suoi “Racconti umoristici triestini” (Comunicarte Edizioni, 214 pagine, 18 euro): una città multetnica, vista nella sua quotidianità, ignorata perché prevaleva il problema dell’appartenza della città all’Italia o alla Jugoslavia, come spiega nella sua illuminante prefazione lo storico Piero Purich, che inquadra con precisione il contesto storico e politico. Pochi stralci di quella quotidianità si possono ritrovare, afferma Purich, nei giornali d’epoca, e, aggiungiamo noi, anche nelle immagini di “Trieste a stelle e strisce” di Pietro Spirito, edito da Mgs Press nel lontano 1994, centrato però sugli occupanti più che sugli occupati.

Ma veniamo ai racconti di Bartol, conoscendo meglio l’Autore, noto soprattutto per il suo romanzo “Alamut” del 1938, l’opera slovena probabilmente più tradotta al mondo (in 18 lingue), in cui rivela le radici del terrorismo islamico nella Persia del XII secolo, attraverso la figura di Hasan Ibn Sabbah e della setta degli “assassini”. Romanzo che diventa di attualità nel 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle. Sconosciuto al pubblico italiano, anche se c’era stata una traduzione di Arnaldo Bressan nel 1989 per l’Editoriale Stampa Triestina e una secoda edizione per Rizzoli nel 1993, verrà riproposto da Castelvecchi nel 2013.

Bartol nasce a Trieste nel 1903 da Gregor, impiegato postale, e da Marica Nadlišek Bartol, insegnante e scrittrice, direttrice agli esordi di “Slovenka”, prima rivista femminile triestina, scritta da donne e per le donne, in lingua slovena. Lui studia al ginnasio tedesco, finché non viene chiuso dagli italiani, dopo il 1918, e poi a quello sloveno a Lubiana dove la famiglia si trasferisce, una delle tante di quell’esodo lungo e silenzioso di cui si è parlato molto poco, che ha interessato migliaia di tedeschi e di slavi che vivevano a Trieste alla fine della Grande Guerra. Si laurea in psicologia nel ’25 nella capitale slovena e prosegue in suoi studi a Parigi, grazie a una borsa di studio. Comincia poi un’intensa attività di scrittore e giornalista fino al ’41 quando aderisce al movimento partigiano. Nel ’46 torna a Trieste dove vivrà per dieci anni. Nel 1956 sarà costretto per la seconda volta a lasciare la sua città natale perché le autorità italiane non gli rinnovano il permesso di soggiorno in quanto cittadino jugoslavo.

Bartol ci racconta la Trieste Territorio Libero, attraverso gli occhi del giornalista sloveno, Jakomin Pertot, suo alter ego, che si “confonde tra borsaneristi e alleati, tra fascisti e comunisti, tra negri, italiani, sloveni, tra profughi di tutti i colori, tra ustascia e cetnici, tra navigatori, colonizzatori angloamericani, tra partigiani e orfani di guerra, tra ebrei, esuli e asiatici, tra prostitute e bigotte democristiane, in mezzo a un’armata di disoccupati”. In questo mondo stralunato girano il faccendiere meridionale Mangialupi, la disinvolta e bellissima Amoretta (le cui splendide gambe sono assicurate per un milione di lire), che diventerà una delle “triestine girls” quando sposerà un americano; il dottor Grad che vuole diventare “re degli sloveni”, il critico Magnanimo Furbarelli, il maestro Truffaldini e ancora la portinaia medium che dipinge quadri sublimi, Gigi l’antiquario falsario. Sono maschere, come quelle del caffè San Marco attribuite a Timmel, che accolgono con malcelato disprezzo Jakomin che, senza cercarla, gode della protezione di Mangialupi, il quale per farlo accettare gli cambia il cognome in Bertocchi. Come accadde a oltre centomila famiglie di queste terre durante il fascismo.

Attraverso una serie di vicende surreali narrate con graffiante ironia Bartol riesce a dipingere pure un ritratto sociale della città, dove si vedono disgraziati contendersi gli avanzi buttati dagli alleati: fanno parte dei 30 mila poveri che cercano di sopravvivere. E descrive la borghesia cittadina che si arrabatta, perché annusa famelica i soldi del Piano Marshall. Insomma una città ben diversa da quella avvolta nel Tricolore.

E ancora una volta è la letteratura a darci conto di pagine di storia come farà più tardi Tomizza che svelerà in libri come “Gli sposi di via Rossetti”, “Franziska” e “Alle spalle di Trieste” le zone d’ombra di questa nostra città così diversa da quella che conosciamo oggi, “omogeneizzata nell’arco di pochi anni alle altre città italiane”, sottolinea Purich.

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