Scoprire il Collio, itinerario 8: "Quella biblioteca nascosta nella casa di Brazzano"

Il protagonista aveva ereditato l’abitazione in aperta campagna da una vecchia zia. Le maldicenze sulla governante Filomena, ma poi assunse la figlia Caterina

Si svegliò tormentato dal mal di testa (la sera prima aveva davvero alzato il gomito). So ben io che cosa ci vuole, si disse e, lasciato il grande divano di cui aveva fatto la sua tana, si diresse verso la cucina, trovò in uno dei pensili una bottiglia di grappa e ne bevve un lungo sorso. Subito il mal di testa diminuì, e riuscì a guardarsi intorno: di qui è passata Caterina, concluse.
 

Collio XR - itinerario 8 "Benandant"

Era la figlia della donna di servizio che aveva assunto appena entrato in pensione, dopo il trasloco in quella grande casa. Filomena, si chiamava la donna e, come gli aveva detto la cassiera del supermercato cui s’era rivolto per informazioni, aveva bisogno di lavorare. Filomena sbrigava bene ogni lavoro, ed era ancora bella, tanto che lui (da vero cretino) aveva finito col farle delle avances. Non s’era fatta più vedere; a riscuotere il compenso che le spettava s’era presentata sua figlia, cioè Caterina. Lui le pagò l’intera mesata e la cosa parve finire lì. Qualche giorno dopo, però, quando quell’impicciona della cassiera gli aveva chiesto di Filomena, lui (tre volte cretino) le aveva risposto d’averla licenziata, perché era una lavativa e, per di più, di dubbi costumi.


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Alla calunnia, senz’altro diffusa dalla megera della cassa, Filomena rispose con gli interessi: passato qualche giorno s’accorse che tutti lo guardavano storto. Non che prima gli volessero un gran bene: era nato per essere antipatico, lui, né faceva nulla per migliorare. Poi Filomena era morta, ed era stata Caterina ad aver bisogno di lavorare. Lui le aveva offerto un impiego a ore (per procurarsi una rivincita) e lei aveva accettato.

Aveva chiesto un duplicato delle chiavi di casa, per entrare e uscire senza disturbarlo, aveva detto, visto che faceva le pulizie anche per altri e doveva adattarsi a più orari. Arrivava senza preavviso, spesso al mattino presto, e se ne andava senza salutare, lasciando sempre tutto in ordine. Non se ne poteva lamentare, perciò, nonostante sapesse che la donna, di lui, sparlava in giro. Meglio rimandare la colazione, decise. Lasciò la cucina e prese a salire la ripida scala che portava al piano di sopra.



La casa dove abitava era in campagna, poco fuori Brazzano. Era appartenuta a una sua zia anziana e malandata, che per anni era andato a trovare al ricovero, portandole fiori o cioccolatini. Lo faceva solo perché altrimenti non avrebbe saputo come impiegare i lunghi pomeriggi domenicali, non provando per lei alcun affetto né simpatia. In cambio, però, la vecchia l’aveva nominato suo unico erede, lasciandogli la casa di campagna insieme a un discreto deposito in banca. La cosa gli meritò l’odio perenne di tutti i parenti e l’invidia dell’intera Belgrado di Varmo, dove lui allora abitava. Così, appena era riuscito ad andare in pensione grazie a una “finestra” di uscita anticipata, aveva lasciato il paese per trasferirsi a Brazzano, dove aveva scoperto ben presto di essere reputato uno furbo, profittatore (nonché un satiro, dopo la storia con Filomena).

Si era illuso, all’inizio, di riuscire a ripulire la casa da tutto il ciarpame che vi era accumulato. Un giorno, svuotata una scaffalatura che copriva tutta la parete di una delle stanze al piano di sopra, aveva scoperto lì dietro una porta. Dava accesso a un piccolo vano, letteralmente pieno di vecchi libri.

Era cominciata così, per lui, una stagione di gioiose esplorazioni e, al contempo, di dannazione. Compilò lunghi elenchi, trascorse ore nelle biblioteche, fece stimare da librai antiquari le edizioni che man mano scopriva, altre le affidò a restauratori, che assillò di domande per capire come conservare al meglio le edizioni antiche. Dalla città tornava con l’auto piena dei testi che gli avevano consigliato, poi passava le ore a leggerli.

Divenne un bibliofilo esperto, ma anche un essere stralunato, che a volte dimenticava di far la spesa, scordava di lavarsi e di radersi, trascorreva in casa giornate intere e usciva solo a tarda sera, quando avvertiva la necessità di sgranchirsi le gambe. In paese dissero che scambiava il giorno con la notte. Lui, intanto, dall’amore per i libri in sé era passato a interessarsi di quel che c’era scritto.

Era una febbre che divorava: letto un saggio, cercava i libri citati nelle note, poi voleva possederli. Il più delle volte ci riusciva, spesso a costi notevoli. Del resto, era libero o no di decidere come spendere il suo denaro? Era per questo che aveva litigato con … (non riusciva a ricordarne il nome bè, quello venuto da fuori, e che insisteva perché impiegasse i suoi soldi in un fondo d’investimento. Oh, era riuscito a farlo tacere, altroché!



E ora eccolo lì, il suo ultimo acquisto: una rara opera del Cinquecento, citata in un noto, discusso libro di Ginzbug! Stava sul ripiano dello scrittoio, al centro della stanza dove, ormai, i libri crescevano in pile anche sul pavimento. Caterina doveva averlo spolverato, quella mattina, rimettendo poi ogni cosa al suo posto, secondo gli accordi. Zannier ne carezzò la copertina (la legatura, si corresse) e iniziò a sfogliarlo cautamente, annusandone le pagine e ricavando, dalla cosa, un autentico piacere.



Questa è l’anteprima del racconto Benandànt. È un giallo, cosparso di indizi tratti da I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento di Carlo Ginzburg. Per conoscere gli antefatti dovete raggiungere il Collio, per scoprire il colpevole arrivare alla fine del relativo percorso. Non svelerò di più, se non che gli obiettivi di Sviluppo sostenibile dell’Onu collegati al racconto sono 1, 2, 3 e 5.

*Archivista professonista a Gorizia


 

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