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Distanziamento sociale? Pasolini avrebbe riso dicendo che siamo tutti già diventati irreali

Antonio Tricomi pubblica per Salerno Editrice una monografia sul poeta di Casarsa. Ricordando che non aveva sempre ragione

2 minuti di lettura

l’intervista

Roberto Carnero

Nel 1975 Pasolini si diceva certo (come leggiamo nell’Appunto per una poesia in lappone, incluso nella Nuova gioventù) che, dopo «cinque anni di “sviluppo”», rei di aver «reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti», altri «cinque anni», però «di miseria», avrebbero saputo «ricondurli alla loro sia pur misera umanità». Oggi, di fronte al periodo di grande difficoltà economica che abbiamo di fronte in seguito alla pandemia, viene da chiedersi se Pasolini avrebbe potuto fare un’analoga riflessione. E se le sue penetranti indagini sui rapporti tra società ed economia possano offrirci qualche idea utile per affrontare la fase storica che ci si para davanti.

Ne parliamo con uno dei massimi esperti di Pasolini, Antonio Tricomi, che insegna Letterature comparate all'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo" e che ha da poco pubblicato per Salerno Editrice un'importante monografia sullo scrittore friulano: “Pasolini” (pagg. 332, euro 22).

Cosa ritiene che Pasolini ci possa insegnare oggi, nella difficile situazione sociale ed economica che stiamo vivendo?

«Guardando anche a quanto sta succedendo in questi giorni negli Stati Uniti - risponde Tricomi -, credo che Pasolini avrebbe ritenuto questa crisi l’esito di uno "sviluppo" colpevole di aver prodotto una società di tipo quasi feudale: in cima, sparute caste di privilegiati; in mezzo, una sempre più esigua classe media impoverita; alla base, masse crescenti di diseredati. E avrebbe riconosciuto nella crescente povertà un pericolo per la tenuta della democrazia in Occidente».

Pasolini distingueva tra due termini: «sviluppo», cioè crescita materiale, quantitativa, ma peggioramento della qualità morale della vita, e «progresso» come evoluzione e miglioramento delle condizioni di vita anche in senso sociale e culturale. Quella che stiamo attraversando potrebbe, nell’ottica pasoliniana, essere una fase propizia per trasformare lo sviluppo in progresso?

«Personalmente temo di dover rispondere di no, e dunque apparire a mia volta un “apocalittico”: accusa spesso rivolta a Pasolini. Fortini individuava, nelle opere pasoliniane degli anni '70, addirittura una resa al nichilismo: questo appunto perché Pasolini immaginava l’apocalisse vicina a compiersi. E ciò per una ragione precisa: non scorgeva più anticorpi effettivi al dominio della logica capitalistica. Non rinveniva più comunità di individui, tradizioni culturali, soggetti politici pronti a battersi per il "progresso". Da parte mia, cerco di essere un filino meno catastrofista: ogni trauma storico può anche implicare un’inattesa chance di rigenerazione della società. Tuttavia mi chiedo: dove possiamo scorgere le premesse di una futura rinascenza civile? Francamente non le vedo attorno a noi».

Veniamo a un'altra dicotomia pasoliniana. Pasolini contrapponeva spesso il concetto di «realtà» (ciò che è concreto e ha radici antiche) a quello di «irrealtà» (una modernità priva di rapporti con ciò che era preesistente, e dunque superficiale, banale). Secondo lei di fronte ai distanziamenti sociali e alle comunicazioni virtuali cui siano stati e siamo costretti adesso, Pasolini avrebbe potuto rivalutare l’«irrealtà» (almeno in tal senso)?

«Credo che i suggerimenti dell'ultimo Pasolini (come quello di abolire la scuola) debbano essere interpretati quali proposte paradossali, avanzate per denunciare la gravità di una crisi da lui ritenuta irreversibile. Perciò Pasolini avrebbe forse rivalutato quell’"irrealtà" che oggi ci aiuta a smussare le nostre solitudini, ma l’avrebbe fatto, appunto, solo a fini "umoristici", sulla scia di un autore come Jonathan Swift. Solo per dirci, insomma, che le forme di comunicazione grazie alle quali abbiamo provato ad attutire l’angoscia dovuta al “distanziamento sociale” di fatto costituiscono già da tempo il nostro principale modo di interagire gli uni con gli altri e persino di percepire la nostra stessa individualità. Non escludo, cioè, che Pasolini l’avrebbe messa grossomodo così: "Anche se lo avete sempre negato, da un bel po’ non siete più esseri 'reali'; quella che vivete oggi è la vostra condizione ormai naturale di creature 'irreali', semplicemente spinta all’eccesso. Di che vi lamentate, allora?"».

Com’è nata l’idea di scrivere un’altra monografia su Pasolni?

«Il libro ripercorre le tappe cruciali della vita di Pasolini. Ne analizza l’intera produzione. Ha un taglio saggistico, volendo parlare a tutti, non solo agli studiosi. Nasce da una lunga fedeltà a Pasolini, mai incline, però, a mitizzarlo. Per esempio non condivido l’elogio, che giudico sostanzialmente reazionario, del pauperismo e non nego che qualche abbaglio pure lui l’abbia preso. Ci aveva descritto società irrevocabilmente secolarizzate e l’eclissi, a suo parere definitiva, degli identitarismi religiosi. Direi che il presente in questo lo sta smentendo». —

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