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Una donna prigioniera del marito insonne e di un matrimonio diventato tossico

Tesa storia di coppia nel secondo romanzo di Mariantonia Avati “A una certa ora di un dato giorno” edito da La nave di Teseo

2 minuti di lettura

Cristina Bongiorno

È alla ricerca del punto 0, quello che ha dato l’avvio al gorgo di un rapporto coniugale scandito da sorveglianza e punizione. Secondo Emma, scocca nel romanzo di Mariantonia Avati a “Una certa ora di un dato giorno” (La nave di Teseo, pagg. 189, euro 17), da domani nelle librerie, quando il marito Luca smette all’improvviso di dormire, senza quella progressione di sintomi che preludono sì al dramma, ma consentono di assuefarsi assumendo dosi omeopatiche di dolore. È la seconda opera di narrativa della regista e sceneggiatrice bolognese, figlia di Pupi, che ha esordito nella scrittura nel 2018 con “Il silenzio del sabato, anch’esso per i tipi de La nave di Teseo.

Luca che una mattina la saluta a denti stretti mentre il giorno prima le aveva sorriso; Luca che sposta il suo campo visivo di qualche metro da Emma nella certezza che lei avrebbe saputo cogliere il gesto, consapevole del suo potere di rasserenare o inquietare. L’abilità di sminuirla, sorniona all’inizio, poi cresciuta esponenzialmente “che si manifestava attraverso gesti minimi e intenzioni sottili”, docce scozzesi di tenerezza e ira, il tutto senza una logica apparente, a prescindere da qualsiasi atteggiamento assuma Emma, dal suo fare o non fare, ma con il risultato di debilitarla rosolandola sulla graticola di ipotesi senza risposta.

Ecco, a leggere anche solo la prima, avvolgente, ventina di pagine introspettive della proteiforme Emma, che come un liquido si adatta alla sagoma del marito Luca che la contiene, si gettano alle ortiche interi scaffali di psicologia con la loro accurata casistica di coniugi manipolatori, un tempo definiti affetti da crudeltà mentale, e dei rimedi da mettere in atto per rintuzzarli, perché qui nel romanzo c’è già tutto.

Nella finzione la Avati fa affrontare alla protagonista prove eroiche laddove per eroismo si intende persino l’inutilità del sacrificio. La asseconda con una struttura compositiva compatta nelle sue spirali temporali come pure nelle vicende minori inserite in contrappunto, la sostiene con una scrittura sorvegliata che aderisce come un guanto alla discesa in un inferno di eventi sdrucciolevoli.

Sarà colpa mia? si tormenta Emma, della limacciosa infanzia all’inseguimento di un padre sempre in viaggio e sempre donnaiolo, la cui scomparsa sottolinea solo l’assenza di una tomba? O a proiettare la sua ombra nefasta è piuttosto la tomba del giovane fratello malato che Luca non riuscì a salvare e davanti alla quale si diedero il fatidico bacio? “Quando incontri uno così, e in lui riconosci lo stesso dolore, allora la cosa diventa difficile”.

La stessa personalità di Emma che diciassette anni prima lo aveva conquistato, oggi riempie Luca di rabbia, e lei, percorsa da una tensione simile all’elettricità, impara ad addomesticare l’inclinazione ribelle che aveva sempre contraddistinto il suo carattere, “perché i sentimenti non seguono nessuna regola prevedibile”. La coppia resta sospesa in una catena di reciproche dipendenze prive di contorni. Sfumano l’una nell’altro come nel quadro in cui Emma cerca rifugio durante le sedute dalla psicoterapeuta, fissando un punto in cui il blu dell’acqua si amalgama al vigore del cielo, con pennellate eccessive, cozzanti, inverosimili e perciò ipnotiche. Per parte sua, lei ha perso la speranza, e con essa anche la paura, più che decisa ormai rassegnata a non consumare più le energie in elucubrazioni che spieghino la metamorfosi di quell’amore. Senza incrociarne lo sguardo quando il marito annuncia di assentarsi per il bisogno di stare solo. Eppure nella notte di Natale, a famiglia riunita, l’inattesa epifania. Da un Luca appassionato, rigenerato, espansivo, ricevuto il regalo di una busta “biglietto valido per due persone. Partenza: domani. Rientro: aperto. Destinazione: sorpresa”, Emma scoprirà l’esatto punto 0 del passato in cui è incagliata la risacca di una disperazione in cui il marito sta affogando con la volontà di trascinarla con sé. —



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