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Il virus è un mostro che attacca anche l’anima Per uscirne vanno affrontati i nostri fantasmi

La psicanalista e psicoterapeuta veneziana Giuliana Grando analizza il trauma collettivo che stiamo vivendo e i suoi risvolti

3 minuti di lettura

l’intervista

Giovanna Pastega

«La cosa più terribile di tutte nella malattia era lo scoraggiamento». Così Tucidide, raccontando gli effetti devastanti della peste che colpì Atene nel 430 a.C., descrive la depressione e lo sconforto di tutta la popolazione per le conseguenze del contagio. Il grande storico aveva bene compreso che gli effetti psicologici di una pandemia sono devastanti quanto quelli della malattia stessa. La paura dell’ignoto, dell’imponderabile, di qualcosa che non lascia scampo, ha sempre ha creato conseguenze profonde nel corpo e nello spirito. E così ai giorni nostri anche il Covid19, oltre sconvolgere le nostre vite e abitudini, sta lentamente creando dentro di noi trasformazioni i cui segni saranno visibili nel tempo. Per dirla con Freud, siamo di fronte a quello che il padre della psicanalisi definiva “Unheimlich”, il perturbante, l’estraneo. Il virus e le sue conseguenze sono entrati violentemente in ciò che per noi è più conosciuto: le nostre vite. E allora le parole, il nostro simbolico, ci vengono quasi a mancare per riuscire a spiegare ciò che stiamo vivendo: una realtà che sembra irreale, un incubo che esce dal sonno e perdura nella veglia.

Una ricerca promossa da Open Evidence, che ha coinvolto varie università nel mondo (tra cui in Italia quella di Milano e di Trento), si è concentrata sui rischi per la salute mentale nella popolazione a seguito della pandemia e a causa dei vari fattori di vulnerabilità socio-economica connessi all’emergenza: stress, ansia e depressione per l’incertezza sul futuro, per le difficili condizioni di vita, spesso confinate in spazi ristretti, sono manifestazioni quasi inevitabili che si stanno moltiplicando in tutti i paesi. In Italia il 59% degli interpellati ha dichiarato di essersi sentito depresso in questi mesi con grande frequenza, il che evidenzia come il livello di stress psicologico sia in realtà molto più elevato del rischio di essere contagiati. Dunque i riflessi del lockdown e delle più diverse paure che la pandemia ha scatenato potrebbero rivelarsi alla lunga molto dannosi.

«Siamo difronte a trauma collettivo – spiega la psicanalista e psicoterapeuta Giuliana Grando - che congela la nostra affettività, stacca la parte razionale di noi dalla parte emotiva, che, così bloccata, non trovando più il modo per esprimere il trauma, finisce per manifestare il disagio nella depressione, negli attacchi di panico. Insieme alla pandemia e all’isolamento siamo entrati collettivamente nel trauma, perché l’imprevisto, l’ignoto che è arrivato di colpo nelle nostre vite provoca spavento». Se la paura, spiegava Freud, “richiede un determinato oggetto di cui si ha timore”, lo spavento invece “designa lo stato di chi si trova di fronte ad un pericolo senza esservi preparato” ed è proprio questo a generare il trauma.

Ma allora come se ne potrà uscire? «Dovremo uscirne uno per uno - sottolinea Giuliana Grando - a seconda della resilience che ciascuno ha in dotazione, a seconda del proprio modo di stare nel tempo logico (non cronologico), vale a dire il tempo impiegato da ciascuno per elaborare il trauma, a cui bisognerà aggiungere la portata dei propri sintomi e dei propri “fantasmi”. Il Coronavirus è spesso paragonato a un mostro, a un nemico invisibile che ci assedia, pronto a colpirci alle spalle». «Sono tutte metafore per renderlo in qualche modo visibile e vivibile - aggiunge -, incarnandolo in qualcosa di nominabile. Si arriva a dire, per esempio, che è un potente nemico costruito in laboratorio dalla Cina per attaccare l’economia degli Stati Uniti. A questa teoria, vera o falsa che sia, potremmo unire le tantissime altre che sono circolate in questi mesi, comprese le tantissime fake news uscite a valanghe, che altro non sono che un tentativo di dare un volto e un nome al virus, per poterlo rendere meno imprevedibile, per poterlo rinchiudere in una logica di amico/nemico comprensibile per noi, allontanando così l’asia dell’ignoto».

Nel tentativo di dare un nome e un volto – anche di fantasia - a ciò che non si conosce, riducendone il potere perturbante, il nostro inconscio intanto fa uscire i fantasmi e i sensi di colpa da sempre presenti dentro di noi: dalla paura dell’altro, di essere infettati da chiunque incontriamo, all’opposto al timore di diventare untori inconsapevoli, frutto di un perenne senso di colpa. «A manifestarsi - continua la psicanalista - è però soprattutto la rabbia, il senso di abbandono da parte dello Stato, a cui si attribuiscono le peggiori intenzioni, proprio perché lo si pensa onnipotente. Così l’accusa diventa un modo per rendere la mancata via d’uscita più sopportabile». Insomma, il virus oltre a mietere vittime finisce per essere al livello psichico una sorta di vaso di Pandora (il vaso del bene e del male) scoperchiato d’improvviso. «In questa situazione di forte stress emotivo - conclude Grando - dalle persone escono gli opposti e negli individui che stanno facendo un percorso analitico i fantasmi del passato si mescolano ai vissuti odierni. Negli incontri che continuo a fare on line con i miei pazienti in questo periodo è evidente come il distanziamento sia entrato persino nei loro sogni. L’elaborazione del trauma è ancora lontana poiché i suoi tempi sono molto lunghi: c’è il momento del vedere, il momento del comprendere e solo alla fine quello del concludere». —

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