Giovanna Botteri: «Il diritto a essere diversi ognuno con la propria unicità e bellezza»

Da Pechino la corrispondente della Rai, presidente della giuria del Premio Luchetta, parla di virus, economia, attacchi mediatici 

TRIESTE «Parlare di bambini che hanno bisogno di cure e sono alle prese con la sopravvivenza è la prospettiva giusta che ci aiuta a leggere i problemi di una società del benessere come la nostra».

È questo il valore aggiunto del Premio Marco Luchetta secondo Giovanna Botteri, storica giornalista triestina e attualmente corrispondente per la Rai da Pechino, da un vita in prima linea tra avvenimenti internazionali e conflitti, eletta presidente della giuria della 17° edizione del premio giornalistico dedicato alla sensibilizzazione sulle violenze subite dai più piccoli.



Questi mesi di pandemia da Covid-19 hanno ridisegnato la nostra percezione del mondo. Come è cambiato il modo di fare informazione?

«L’informazione è completamente rivoluzionata rispetto al metodo tradizionale. In questo momento, in cui è difficilissimo spostarsi, si creano virtualmente quegli stessi incontri che prima si potevano avere per strada. Con l’emergenza, i giornali qui hanno smesso di uscire ed è rimasta l’informazione online, la televisione, i social e i contatti informali. L’intervista e il contraddittorio, invece, in questo momento sono impossibili».

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Sono di questi giorni gli attacchi da parte dei massimi vertici statunitensi alla Cina per la diffusione del Coronavirus. Come affronta il governo questi giudizi?

«Quando l’epidemia si è spostata, mentre la Cina era uscita dall’emergenza, è emersa una vera volontà popolare cinese di aiuto internazionale, al di là della macchina propagandistica. La gente ha iniziato a telefonare perfino nei nostri uffici, dai posti più sperduti della Cina: persone che volevano mandare mascherine in Italia, scuole che volevano inviare disegni ai bambini italiani. Quando, poi, è partita la diffidenza dell’Occidente che ha pensato che gli aiuti fossero una scusa per interferire nelle democrazie, e quando poi la propaganda americana ha cominciato ad accusare la Cina di avere nascosto la verità, la reazione cinese è stata di nazionalismo. La sensazione, in questo momento in cui i rapporti con gli Stati Uniti sono tesissimi, è che dal Coronavirus la Cina ne stia uscendo vincitrice rispetto agli Usa, dove la risposta al virus è scomposta».

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E il popolo cinese, come vive la sua nuova quotidianità?

«La Cina da settanta anni suda lacrime e sangue per portare avanti il sogno imperiale di Xi Jinping. Ci siamo spaventati tutti quando l’abbiamo vista fermarsi e abbiamo capito che stava succedendo qualcosa di drammatico. La paura, nelle città deserte, è stata molto forte. E anche quando l’emergenza si è allentata, la paura è rimasta».

Cosa ne sarà della Via della Seta, la strategia commerciale cinese in Europa, che immagina Trieste come avamposto della Cina in Italia?

«La Cina ha ripreso a lavorare, le fabbriche hanno ripreso a produrre. Ma dove esporti questi prodotti quando il mondo è fermo? Mantenere il progetto della Via della Seta con i confini chiusi, in questo momento, è molto complicato. Le conseguenze economiche saranno durissime in tutto il mondo, ed è grande il rischio seconda ondata con l’arrivo del freddo. Posso dire però che la Cina è un paese grande, molto curioso verso l’Europa, verso il nostro cinema e per la nostra letteratura. I cinesi che si occupano di Italia conoscono tutti Trieste e chi studia letteratura ha certamente letto Svevo e Saba».

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E lei, cosa porta con sé della sua “triestinità”?

«Ci sono alcune caratteristiche di Trieste che ti formano come persona. Nascere a Trieste, in una città di confine, significa inevitabilmente avere un occhio sul mondo che non finisce con i tuoi limiti, che fa scoprire la diversità e fa capire come la storia influisca sui destini delle persone. Trieste, poi, è una città di mare e di porto: guardi quell’orizzonte sapendo che il mondo è costantemente davanti a te e ti mostra la strada per attraversarlo. E poi c’è il Carso, che è la nostra fisicità: essere duri rigidi e avere dentro un’esplosione di colori. E poi Trieste è la Bora, che ci rende tutti quanti un po’matti, per sempre».

A proposito di fisicità, in questi giorni è stata al centro di polemiche sul cosiddetto body shaming: critiche alla sua estetica da una parte, difesa della sua professionalità dall’altra. Lei ha risposto, fuori dal coro, che vorrebbe che il suo caso permettesse di discutere di temi importanti per le generazioni future di donne. Cosa vorrebbe dire loro?

«Vorrei dire, alle donne ma anche agli uomini, che questa non è la mia storia, ma è la storia di tutti. Molte persone mi hanno scritto in questi giorni messaggi bellissimi. Il tema che emerge è l’immagine, questa gabbia in cui ci chiedono di entrare, che non rispecchia realmente chi siamo. Esiste il diritto ad essere diversi: ognuno con un suo modo di essere e proprio la sua unicità è la sua bellezza. Noi tutti dobbiamo accompagnare questo processo, perché ognuno possa dare il massimo che può dare prescindendo dalla sovrastruttura. Poi certo, la satira la rispetto, è un esercizio di democrazia, dà leggerezza. Spetta a noi saperla usare».
 

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