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Da Basaglia al mio cinema, nato a Trieste in quel bar dove si poteva piangere insieme

Il regista goriziano rimane legato all’esperienza creativa lasciata dalla rivoluzione dei “matti”. «Di recente ho conosciuto Peppe Dell’Acqua, potrebbe anche diventare un film»

Beatrice Fiorentino
3 minuti di lettura

«Passeggiare per Trieste mi ha sempre dato un senso di grande libertà creativa, forse aiutato dal mare. Mettersi lì davanti a guardare l’orizzonte e lasciar correre i pensieri, soprattutto a Barcola, soprattutto d’inverno, è quasi una forma di meditazione». I primi ricordi di Matteo Oleotto legati alla città di Trieste risalgono al periodo dell’Università, negli anni Novanta, quando il regista goriziano frequentava la Facoltà di Lettere Moderne a indirizzo Spettacolo.

«Avevo dato gli esami di cinema e teatro - ricorda divertito - ma poi, quando ho scoperto che bisognava dare anche latino, ho abbandonato». Qui ha incontrato Alberto Farassino, illuminato e illuminante docente di storia del cinema che ha segnato un’intera generazione di appassionati cinefili, e siccome la vita è fatta di coincidenze, in anni successivi ne ha incrociato la figlia Viola a Roma, compagna di corso al Centro Sperimentale di Cinematografia. «È una città che associo al cinema, al cinema che in quegli anni studiavo e vivevo».

Un altro incontro “speciale” avvenuto a Trieste è quello con Pino Roveredo e i suoi libri, con quella umanità difficile e marginale che alberga nei suoi racconti. «Le storie di Pino e i suoi personaggi mi hanno avvicinato alla città. Le vite degli ultimi e degli sconfitti, io ne vedevo tanti qua e mi pareva di poter essere partecipe di quelle esistenze». Ma l’“incontro” più intenso è stato quello con l’esperienza basagliana, che per più di sette anni, tra il 1996 e il 2004, ha fatto parte della quotidianità di Matteo Oleotto.

«Basaglia è stato un personaggio cruciale, uno dei pochissimi rivoluzionari del Novecento. La sua figura mi commuove sempre. Un uomo che decide di salvare persone altrimenti condannate a una morte lenta, atroce, senza dignità. Perché “i matti”, come li chiamava lui, erano stati prosciugati nell’identità e nella libertà. Ricordo dei filmati delle prime assemblee con pazienti, medici e infermieri. Sono stati di grande ispirazione per me. Se li godeva i suoi matti.

Quando sul set mi chiedono: “Come fai a rimanere sempre così calmo?” io penso a lui, che insegnava che ci voleva tempo. Ascoltare un matto poteva anche richiedere delle ore. Stare con loro era un atto d’amore. Ho letto molti libri su Basaglia, ho fatto ricerche, ho incontrato la moglie. Di recente ho conosciuto Beppe Dell’Acqua e ho colto l’occasione per chiedergli delle cose. Potrebbe anche diventare un film, in effetti avrei già voluto dedicargli un documentario, ma non ho ancora trovato la chiave giusta. I film che ho visto finora legati a Basaglia non mi piacciono, forse salvo “La pazza gioia” anche se lo avrei fatto in modo completamente diverso».

In fondo si deve un po’ a Basaglia se Oleotto ha abbracciato il cinema. «È cominciato tutto all’ospedale psichiatrico di Gorizia. Gianni Lepre - racconta - voleva girare un film e arruolava ogni figura possibile. Io avevo da poco finito il liceo e andai a fare un provino come attore. Mi scartò. Però avevo percepito qualcosa, così tornai e mi proposi per dare una mano, qualunque cosa ci fosse da fare. E allora mi prese come capomacchinista. E fu la mia prima esperienza sul set. Una cosa incredibile.

Cinquanta o sessanta giorni con altri venti giovanotti che non sapevano bene che fare della propria vita, sul set di un film che non uscì mai ma che mi fece entrare per la prima volta in quel magico mondo. Dopo Lepre arrivò “un matto da slegare” di nome Silvano Agosti. Girammo “La seconda ombra” con Remo Girone. E poi sono rimasto lì. All’ospedale psichiatrico. È diventata la sede di un’associazione culturale con la quale realizzavamo video con ragazzi ospiti ed è qui che ho realizzato il mio primo cortometraggio “La luna ci guarda”, che poi mi ha permesso di entrare al Centro Sperimentale.

Ho fatto l’obiettore di coscienza, sono stato il batterista di una band. Al mattino mi alzavo e andavo lì, nella sede dell’associazione, mi mettevo a pensare e poi accadevano delle cose». «Conoscere Basaglia a Gorizia - prosegue - è stato bello, perché questa è stata la sua palestra. Ma la rivoluzione l’ha messa in atto a Trieste. E per me l’ex Opp è stato sempre un luogo speciale. Semplicemente amavo frequentarlo. Ci andavo a passeggiare, a bere il caffè, bazzicavo le feste al Posto delle fragole. È un luogo che mi metteva serenità. Ricordo una volta in cui siamo andati al bar con la mia fidanzata dell’epoca. Avevamo qualche problema, abbiamo avuto una discussione e ci siamo anche messi a piangere. In un bar del centro sarebbe stato “strano”. Ma lì era tutto normale, potevi concederti il lusso della spontaneità».

Chi ha visto il suo film di esordio “Zoran, il mio nipote scemo”, può facilmente intuire che la Trieste di Matteo Oleotto non può essere quella “alta”, intellettuale, sveviana, ma piuttosto quella dall’anima “punk”, vivace e proletaria, in pieno fermento negli anni della sua presenza in città. L’ex Opp ma anche l’Osteria “da Libero”, frequentata da Joyce, o i buffet storici sopravvissuti alle ristrutturazioni chic, «dove si trovano persone di ogni estrazione e colore politico, insieme, magari non sedute allo stesso tavolo, ma vicine».

Il Teatro Miela «con i suoi mille spettacoli e il ricordo della prima stagione del Pupkin, quando eravamo seduti in tre al ridottino. Ora è sempre sold-out. Ecco cosa significa investire in un progetto culturale». E Alpe Adria Cinema «che ti portava altrove, a conoscere il cinema dell’Est, allora invisibile e sconosciuto». Infine, «il Porto Vecchio, ma vent’anni fa, quando era ancora deserto. Anche quello, come l’ex Opp, un luogo che vive in un tempo proprio, estraneo alle regole del mondo esterno. Ciclicamente dicevo agli amici della Film Commission che dovevo fare dei sopralluoghi per un film e mi facevo fare dei permessi speciali per entrare.

Mi piaceva immaginare, anche grazie alle descrizioni di Roveredo, cosa fosse stato quel luogo cinquanta, settanta, cent’anni prima. Passeggiavo e immaginavo il chiasso che doveva esserci stato. L’umanità degli scaricatori che parlano di quel luogo di fatiche ancora con commozione. Il mio corto di diploma al Centro Sperimentale “A doppio filo” è stato in parte girato qui». «Vengo ancora a Trieste con la famiglia. E quando sento i triestini dire che la città è morta rispondo: dovreste vedere Gorizia. Noi veniamo sempre a Trieste quando abbiamo voglia di città». 

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