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Ci penso e ci ripenso. E poi vado al bar Perché io un luogo del cuore non ce l’ho

L’unico indirizzo che mi viene in mente è via Valdoni 7, dov’è il Polo cardiologico di Cattinara

TRIESTE. Non per citare per forza e a sproposito Jan Morris e il libro “Trieste. O del nessun luogo”, ma devo confessare che io, qui, nella città dove vivo e dove sono sempre vissuto, non lo trovo mica tanto facilmente un mio luogo del cuore. L’avevo anche detto al telefono al gentile giornalista, aggiungendo, a mia discolpa, che non era semplice reperire un luogo del cuore in un posto che si trova nella spiacevolissima condizione di essere un nessun luogo e quindi privo, per sua natura, di precisi punti di riferimento da cui partire per andare alla ricerca di qualsiasi cosa.

Poi - forse per riempire il pesante silenzio che risuonava dall’altra parte - avevo continuato dicendo che non intendevo certo, in quel modo, riciclare il vecchio trucco di Ulisse con Polifemo di quell’altro celebre libro ripreso da un irlandese triestino di adozione (quindi di nessun luogo di adozione, avevo prontamente aggiunto), ma che io, oltre a non poter identificare in nessun modo un mio luogo del cuore, stavo anche rischiando di precipitare - a causa della gentile richiesta, sua e del giornale - in uno stato di sconforto per una aridità d’animo e una mancanza di sentimenti che scoprivo come mie per la prima volta.

A quel punto il gentile giornalista - sempre gentile ma con una sfumatura nel tono di voce di chi comincia a chiedersi «Ma per quale motivo ho deciso di chiamare questo qua?» - aveva tagliato corto dicendomi che, alla fine, se mi fossi messo a pensarci bene, un mio luogo del cuore l’avrei sicuramente trovato.

La chiusa della telefonata era riuscita a trasformare immediatamente la mia “serena disperazione” a proposito dei luoghi del cuore in una più comune e meno letteraria disperazione agitata. Presi subito a chiamare freneticamente parenti e amici, senza trovare, purtroppo, alcuna ispirazione nella pur ampia toponomastica di luoghi del cuore prontamente fornitami. Tra una telefonata e l’altra - e sfogliando nel contempo l’unico libro fotografico su Trieste in mio possesso - tentavo di ripercorrere mentalmente attraverso immaginarie escursioni a piedi, in macchina e su mezzi della Trieste Trasporti, tutti i luoghi frequentati dall’infanzia sino all’età adulta.

Perché mai non avevo detto subito una cosa qualsiasi come il mare di Barcola? Perché non avevo pensato a un noto caffè storico, “arca di Noè dove c’è posto per tutti”, dove un tempo mi recavo sempre? O a qualche scalcinata osteria dove pulsava il cuore della vera vita (almeno a detta di tutti i non aridi e non poveri di spirito)? Non potevo descrivere qualche via cittadina dove frusta e schiaffa la bora?

E perché non parlare del celebre tram ormai in disuso, che un tempo univa l’italo e lo slavo sopra alle sue carrozze (trascrivendo poi anche tutta la celebre canzone per guadagnare delle preziose righe)? Quale scontrosa grazia mi impediva di dire del molo Audace o di piazza Unità? O di una indimenticabile gita in cui avevo potuto percorrere per la prima volta il celebre ponte Trento-Trieste?

Purtroppo non avevo il tempo per mettermi a studiare la mia inettitudine in tema di luoghi del cuore e vincerla. Al momento, infatti, l’unico indirizzo in mio possesso in tal senso era la via Pietro Valdoni al civico numero 7, in località Cattinara, ove è sito il Polo cardiologico dell’ospedale. Battuta già sufficientemente stupida per una serata di cabaret e adattissima per fare inorridire il più bendisposto lettore di inserti letterari, forse anche il benevolissimo lettore di inserti letterari locali all’interno di inserti letterari nazionali.

Poi, chissà perché, mentre provavo a rievocare qualche bucolica escursione sul Carso, ricordai la frase pronunciata da un amico veneto in una osmiza, il quale, parlando di noi triestini, mi aveva detto: «Ah, ma voi non sapete neanche cosa siete!». Benone, pensai. Ora avevo un possibile luogo del cuore unito al concetto di un’anima in tormento a denominazione d’origine protetta. Una specie di ius sfigae concesso per nascita a me e a tutti i miei concittadini.

Perché - mi ero chiesto allora lanciando in aria il libro fotografico che era subito ricaduto a terra spalancandosi sull’immagine di un attonito proteo in una pozza sotterranea - perché, mi dicevo, non ero mai stato assunto da qualche ufficio di promozione del territorio? O anche nominato guida turistica onoraria per la mia peculiare abilità di condurre drappelli di disperati turisti verso introvabili luoghi memorabili?

Poi, fortunatamente, come fossi stato colpito in fronte dal batacchio delle irredente campane di San Giusto, mi balenò in mente un’altra frase. E cioè l’immortale assunto del signor Schmitz-Samigli-Svevo per cui «fuori dalla penna non vi è salvezza». Ecco la soluzione, mi dissi. Bastava scrivere. Cominciai a scrivere senza indugio sul Sacrario di Guglielmo Oberdan.

Poco dopo abbandonai il tema a favore del castello e del parco di Miramare. Neanche mezz’ora e avevo già virato su Cavana e Cittavecchia. Dopo cena optai convintamente per l’Acquario cittadino e per un elegiaco ricordo del pinguino Marco. A tarda sera cominciai un saggio sulla Lanterna come luogo di confine in un luogo di confine, quindi luogo di confine al quadrato. A notte inoltrata camminavo in strada nella città sempre cara al cuore in cerca di un bar aperto. 

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