La Resistenza dimenticata delle partigiane col fucile e dei civili disarmati

Il saggio di Mimmo Franzinelli e Marcello Flores approfondisce una stagione ancora divisiva raccontando la lotta delle donne, degli internati militari, dei prigionieri politici 

l’intervista



Non vi sono segnali che il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, il prossimo 25 aprile, farà segnare un’inversione di rotta rispetto al comune sentire che si ormai diffuso nel corso degli ultimi lustri. “A ben guardare la maggioranza degli italiani non nutre particolare interesse verso la Resistenza”, scrivono Mimmo Franzinelli e Marcello Flores nell’introduzione alla loro ‘Storia della Resistenza’ (Laterza, 673 pagg., 35 euro). Ci sono poi, aggiungono gli autori, due minoranze antitetiche. Quella che richiama la Resistenza come momento formativo di una nuova morale politica e quella che la considera un atto di tradimento verso l’alleato tedesco. Per uscire da questa posizione di stallo bisognerebbe che si guardasse a quella vicenda secondo i canoni della ricerca storica e si abbandonasse la categoria del giudizio politico, solo così la Resistenza potrebbe entrare nel patrimonio della memoria collettiva. È con questa intenzione che Mimmo Franzinelli, studioso del fascismo e dell’Italia repubblicana, e Marcello Flores, che ha insegnato storia contemporanea nelle università di Trieste e Siena, hanno voluto affrontare una materia tanto vasta, complessa e divisiva.

«Ci siamo mossi su due direttrici - spiega il professor Flores - una è quella delle cosiddette tante resistenze che sono state per lungo tempo dimenticate, quando si pensava che solo la Resistenza armata dei partigiani o dei Gap fosse quella che si poteva chiamare Resistenza. Abbiamo pertanto affrontato la Resistenza dei civili, degli internati militari, dei prigionieri politici, di tutto quel mondo che ha fatto da supporto logistico e contribuito a tenere in contatto le formazioni partigiane con il Cln. Non è stata soltanto un’attività di staffetta, come a volte è stato detto in modo riduttivo, ma di organizzazione, comunicazione, propaganda, stampa di materiali. In tutta questa ampia parte di resistenti ci sono gruppi o figure che sono state abbastanza trascurate».

Tra queste mettete le donne, che hanno ingaggiato una battaglia anche contro la società patriarcale di quell’Italia che le voleva sottomesse.

«Abbiamo voluto dare conto della specifica partecipazione delle donne, che è stata sempre abbastanza trascurata, e mettere in luce come la chiusura della società patriarcale dell’epoca fosse presente anche all’interno delle bande partigiane. Tant’è vero che alla Liberazione quasi sempre fu impedito alle donne di sfilare con le armi, perché si riteneva che il mondo benpensante non avrebbe gradito. Ci sono racconti di partigiane arrabbiate per questo atteggiamento, perché volevano che la loro emancipazione potesse continuare anche a guerra finita. Cosa che in parte avvenne, ma le donne che parteciparono all’assemblea costituente, partigiane o resistenti civili, furono molto poche».

Avete trattato con ampiezza il cosiddetto confine orientale, che per la prima volta ottiene tanto spazio in un testo di storia generale.

«È stato uno dei temi più controversi e dibattuti negli ultimi anni. Sono usciti tanti studi, come quelli degli storici Marina Cattaruzza e Raoul Pupo. Noi abbiamo voluto, un po’ provocatoriamente, inserire un paragrafo sulle foibe istriane del 1943. Ci sembrava necessario far capire come in quella situazione, in cui fu prevalente l’azione dei partigiani sloveni e croati legati alla lega dei comunisti, anche i partigiani italiani comunisti parteciparono a quella scelta radicale di punizione e in qualche modo di vendetta per quella che era stata l’occupazione italiana».

Voi citate la battaglia di Gorizia, che si combatté subito dopo l’armistizio dell’8 settembre tra i fascisti da una parte e i partigiani italiani dall’altra, come primo episodio di guerra civile.

«È stato a lungo sottaciuto, ma è uno dei primi episodi importanti di scontro tra italiani, significativo per dare fin da subito l’impronta di guerra civile alla Resistenza».

Ma c’è stata violenza anche all’interno del mondo partigiano...

«L’eccidio di Porzùs è il caso più noto e più dibattuto, ma abbiamo lavorato su altre figure portando a galla i chiaroscuri della Resistenza, come la violenza alla fine della guerra e nei mesi successivi alla Liberazione».

Dal vostro lavoro emerge l’allargamento del concetto di Resistenza a chi aveva scelto di dire no ai tedeschi in vari modi, non solo imbracciando le armi.

«Alcuni parteciparono alla Resistenza senza voler prendere le armi, ma continuando a muoversi nella società civile boicottando i nazifascisti, aiutando in tutti i modi gli alleati o i partigiani, e costituirono un numero di resistenti civili che è difficile quantificare ma che fu più ampio dei partigiani combattenti».

Fra pochi mesi si celebreranno i 75 anni dalla fine della guerra. La Resistenza non ha mai messo tutti d’accordo, è stata vista sempre troppo legata a una sola parte politica, quella comunista.

«Lo è stata, ma mi auguro che questo anniversario sia l’occasione perché succeda quello che è successo con il 150° dell’unità d’Italia. In quella occasione si è riusciti a trovare una lettura tutto sommato unitaria attorno a quello che era stato davvero il Risorgimento. Sulla Resistenza continueranno ad esserci posizioni neofasciste o nostalgiche, ma sarebbe bello se si potesse abbracciarla con una visione ampia che tenesse conto di tutta la sua complessità». —

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