“Trieste e il cinema”: tutto in 300 pagine LIBRO IN 12 FASCICOLI DA RILEGARE IN REGALO IN EDICOLA

Da lunedì 9 dicembre in edicola gratis con Il Piccolo dodici inserti illustrati da rilegare in un libro il rapporto tra la città e la Settima arte: venerdì 6 dicembre la presentazione 

IL PROGETTO Tra le decine di film girati a Trieste alcuni, forse, potrebbero un giorno comparire in una pellicola di QuentinTarantino. Negli anni Sessanta, infatti, la nostra città ha ospitato le riprese di molti di quei B-Movies tanto amati dal regista di “Pulp Fiction”: mitologici come “Le gladiatrici”, falsi James Bond come “Agente X77, ordine di uccidere” o parodie di MattHelm come “Riuscirà il nostro eroe a ritrovare il diamante più grande del mondo?”. E nel 1963, negli studi all’epoca esistenti alla Fiera di Montebello venne girato (con esterni in Jugoslavia) addirittura il primo spaghetti-western della storia, “Massacro al Grande Canyon” con JamesMitchum (figlio del grande Robert), diretto da StanleyCorbett, alias SergioCorbucci, regista-mito del genere celebrato proprio nell’ultimo film di Tarantino.



Grazie a questa curiosità, un sottotitolo come “Once Upon a Time in… Trieste” (“C’era una volta a… Trieste”) non sfigurerebbe per il libro “Trieste e il cinema”, in uscita da lunedì 9 dicembre col “Piccolo” in 12 inserti illustrati e gratuiti, che racconta per la prima volta in modo così esteso il rapporto fra la settima arte e la città. Si va dal muto fino a oggi, dalle prime alle ultime sale, da una grande figura mitteleuropea come AlexanderMoissi al compianto OmeroAntonutti, dai ciak per “Senilità” a quelli recentissimi per Salvatores, Zalone e “Diabolik”.



La pubblicazione, presentata venerdì 6 dicembre, alle 10, alla Fondazione CRTrieste dal presidente TizianaBenussi e dal direttore del “Piccolo” EnricoGrazioli, è curata dalla Cappella Underground per il suo 50enario, ed è realizzata con l’importante contributo della stessa Fondazione CRTrieste, il cui operato, come sottolinea il presidente Benussi, «è da sempre volto alla promozione dello sviluppo culturale di Trieste e del suo territorio di riferimento».

Un libro utile innanzitutto perché Trieste ha sempre riservato al cinema (anzi, al “cine”, come si dice qui) amori e attenzioni particolari. È la città italiana che fino agli anni ‘60 ha avuto il maggior numero di sale in rapporto alla popolazione. E qui si sono sviluppati pionieristici rapporti, tanto intensi quanto concreti, fra gli intellettuali e lo schermo.

“Trieste e il cinema”: il libro completo che raccoglie i dodici fascicoli


Il “triestino” JamesJoyce, prendendo spunto dalle numerose sale stabili di questa città, nel 1909 aprì il primo cinema di Dublino coinvolgendo quattro esercenti giuliani. Mentre dieci anni dopo UmbertoSaba collaborò col Cinema Italia preparando poetici volantini pubblicitari. Più avanti, nel secondo dopoguerra, la collocazione geopolitica di Trieste (il Governo Militare Alleato) rese visibili film americani e sovietici prima e in maggior quantità che nel resto d’Italia, contribuendo a formare il particolare spirito “cinephile” di critici come Kezich e Cosulich, destinati a ruoli di primissimo piano nella cultura cinematografica nazionale.

E questa città di frontiera, da sempre meticcia e internazionale, ha indirizzato le carriere artistiche verso le esperienze più eclettiche e diverse: telefoni bianchi e neorealismo, melodrammi patriottico-sentimentali e commedie di costume, western all’italiana e spionistici, road-movie e film d’autore europei, hanno spesso visto come protagonisti autori e interpreti triestini, da ElsaMerlini a SergioAmidei, da FulviaFranco a FrancoGiraldi, da GiacomoGentilomo ad AnitaKravos (nel cast della “Grande bellezza”).

Per quanto riguarda invece lo spazio scenografico di Trieste, esso è stato spesso costituito dalla sua cultura e letteratura, da cui i molti film tratti da Svevo, Saba, Stuparich, Tamaro, nei quali la città fisica viene raddoppiata o filtrata dalla città mentale o emotiva o nostalgica.

Altre volte, protagoniste affascinanti sono state semplicemente le strade, le piazze e le rive di Trieste, usate come set per location lontane (la New York del “Padrino II” di Coppola) o immaginarie (la Velarchi della “Sconosciuta” di Tornatore). Confermando così la sua vocazione al camuffamento, il suo profondo cosmopolitismo e la sua grande bellezza.

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