Vestito di righe, fiori e quadri: così il Museo della moda festeggia i primi vent’anni

“Nel regno di Flora” Foto Gianluca Baronchelli

Riapre oggi a Borgo Castello di Gorizia con un nuovo allestimento e una mostra temporanea. La sorpresa delle spettacolari marsine settecentesche, tra le recenti acquisizioni con scarpe e abiti  

GORIZIA Righe, quadri, fiori. C’è un dress code suggerito agli ospiti per la riapertura del Museo della Moda e delle Arti applicate di Gorizia, che oggi, 3 dicembre, dalle 18, festeggia vent’anni con un riallestimento della collezione e una mostra temporanea. Un gioiello che custodisce novemila pezzi, tra abiti, accessori e monili dell’area mitteleuropea, abbracciando Gorizia, Trieste, Vienna per spingersi fino a Praga, rappresentata da una serie di corsetti a suo tempo acquistati in un negozio triestino e facenti parte della collezione Verchi, cuore dell’intero patrimonio.



Quello di Gorizia è uno dei pochi musei della moda in Italia, accanto al veneziano palazzo Mocenigo, dedicato al ’700, e alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze. Non a caso a festeggiare l’anniversario, oggi ci sarà una nutrita rappresentanza della famiglia Missoni, mentre lo stilista artista Roberto Capucci arriverà nei prossimi giorni: a entrambi, Capucci e il caleidoscopico Ottavio, il Museo di Gorizia ha dedicato, nel 2004 e nel 2006, due grandi mostre firmate da Raffaella Sgubin.

La nascita

Sarà lei, che nel luglio 2000, a pochi mesi dall’apertura del Museo, avvenuta il 3 dicembre 1999, ne divenne responsabile, per ricoprire la carica fino a oggi in qualità di direttrice del Servizio Ricerca, Musei e Archivi Storici dell’Erpac, a fare gli onori di casa a Borgo Castello. «L’ho visto nascere e oggi lo riapro» dice con orgoglio, ricordando come, vent’anni fa, l’allora direttrice dei Musei goriziani, Maria Masau Dan, poi assessore alla cultura della Provincia, abbracciò con entusiasmo l’idea di creare un Museo della moda. Nacque in pochissimo tempo, con vecchi allestimenti disponibili e intorno a un nucleo già presente, una raccolta di oltre settecento campioncini della produzione della seta a Gorizia e nel circondario, donati al museo agli inizi del Novecento dalla famiglia di Lodovico Seculin, commerciante di mercerie. Oltre allo splendido torcitoio circolare da seta del XVIII secolo, acquisito nel 1913, il più antico pervenuto: veniva azionato da una persona che, al suo interno, camminava all’indietro, appoggiata a un sedile verticale, mentre con le mani libere eseguiva un secondo lavoro, magari quello del sarto.

L’intuizione

«È stata Maria Masau Dan - racconta Sgubin - a gettare le basi del Museo, con tre acquisti strategici compiuti negli anni Ottanta. Nell’85 i gioielli della chiesa di Sant’Ignazio, circa duecento pezzi tra spille, orecchini, bracciali donati dai fedeli come ex voto. Poi, nell’87, tre abiti straordinari comprati da un privato goriziano: due femminili e una marsina di fine ’700. Infine, nel ’92, il colpo da maestro: l’acquisto della prima tranche della collezione Verchi. Masau Dan, con intelligenza e sensibilità, ne intuì il potenziale. Si tratta di migliaia di capi, tra abiti e accessori, dal ’700 alla prima guerra mondiale. Questo - prosegue Sgubin - è stato il punto di non ritorno per la costruzione delle collezioni dei Musei goriziani. Da allora il tessile è diventato centrale». Nel ’93 una mostra, intitolata “Il filo lucente”, raccontava duecento anni di produzione della seta e del mercato della moda a Gorizia, dal 1725 al 1915. Le premesse per la nascita del Museo c’erano tutte.

Righe, quadri, fiori. Il riallestimento delle collezioni segue lo stesso filo conduttore. La sezione tessile, con i campioni di tessuto e i macchinari, dove un’installazione multimediale consente al visitatore di cimentarsi nel design, poi la parte centrale, con gli abiti a tessuti rigati e quadrettati, dal ’700 agli inizi del ’900, incorniciati da un’altra installazione multimediale basata su figurini, che conduce il pubblico in un viaggio nella storia del costume, di ieri e di oggi. Perchè la moda non inventa nulla. Prova ne sia una delle superbe scarpine che vedremo enfatizzate dal video, con calzetto incorporato e bottoncini laterali, che fa parte di una recente acquisizione: un raccolta di dieci paia di calzature dell’800, di pelle e seta, viola mammola, blu cobalto e verde smeraldo, uscite miracolosamente, e in perfetto stato, dalla soffitta di un’abitazione della periferia triestina.

L’ultima parte del percorso espositivo permanente, curata da Thessy Schoenholzer Nichols, si intitola “Nel regno di Flora”. Lungo il filo conduttore dei fiori spicca una vetrina con un altro acquisto recente, una serie di marsine del ’700, il cui lato B, presenta sulle code spettacolari ricami floreali, perchè l’uscita di scena dei gentiluomini doveva essere altrettanto emozionante che l’entrata. In questa sezione il pubblico potrà ammirare anche due abiti della designer Maria Monaci Gallenga (1880-1944), busti, gilet, ombrellini, un abito da sposa e un’installazione streetwear dove, su una base di sanpietrini identici a quelli della strada davanti al museo, spicca una serie di vestiti floreali dagli anni ’50 agli ’80.

Capucci e Missoni

Nella mostra temporanea, una tavola del tempo racconta al pubblico le acquisizioni, le esposizioni, gli snodi della vita del museo. Accanto, una testimonianza delle mostre recenti, quella dedicata a Roberto Capucci, con lo spettacolare abito-scultura “Oceano” creato per l’Expo di Lisbona del ’98 (un’onda di quasi cento metri di taffetà e organza, ventisette sfumature di colore, dal bianco al blu, cinque mesi di lavoro di cinque sarte), e il “Bocciolo di rosa”, affiancato alla foto di Massimo Gardone, protagonisti dell’allestimento “L’atelier dei fiori”; poi tre pezzi del ’71, esposti in “Caleidoscopio Missoni””, infine due costumi dai film “Morte a Venezia” di Visconti e “L’età dell’innocenza” di Scorsese, per ricordare l’omaggio alla sartoria Tirelli e alle sue creazioni da Oscar.

Intanto, il Museo della moda cresce. Con scarpe e marsine, tra le acquisizioni recenti tre abiti dell’atelier delle sorelle Callot provenienti da Parigi, una fibbia preziosa del pittore secessionista Josef Maria Auchentaller, vestiti e una veste da camera maschile in broccato della famiglia Stonborough (Margaret era sorella del filosofo Wittgenstein), il completamento della collezione Verchi, in parte donata.

Nel palazzo di Borgo Castello è custodita e ben rappresentata la storia della moda dal ’700 al 1940. «Non passa giorno che non riceva una lettera che mi propone un nuovo pezzo» dice Raffaella Sgubin. La lunga storia intessuta di fiori, quadri e righe continua. —


 

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