Quando zio Gillo inventava per noi il folpo nasone e la mucca alata...

“L’uccello dell’inferno”, tecnica mista 1958

Giorgetta racconta il rapporto suo e del fratello Piero con il celebre critico: «Ha sempre avuto progetti di vita che erano una sfida. Come sciare a oltre cent’anni»

TRIESTE Trieste, in una mattina di sole di 25 anni fa, attendo al Caffè degli Specchi Gillo Dorfles per la mia prima intervista al grande filosofo dell’Estetica. Conoscendone la puntualità asburgica, sono in anticipo di molto, ma per un equivoco lui è in ritardo. Dopo un po’ vedo attraversare la piazza, con passo atletico, quasi militare, un signore che potrebbe essere lui. Mi avvicino e m’investe, secco: “Lei è in ritardo, sono irritato e non posso più rilasciarle l’intervista”. Con un sorriso lo invito a prendere un tè, di lì ha poco si rasserena ed è l’inizio di un’amicizia e di una lunga serie d’interviste e di servizi, che mi hanno fatto conoscere una personalità d’eccezione dal temperamento buono e puro.

Gillo Dorfles

L’ho frequentarlo per anni in ambito famigliare nelle sue abitazioni, a Milano e a Lajatico in Toscana o in vacanza nell’amata Paestum, trattata con affetto e benevolenza. Una consuetudine sfociata in questa mostra, sorta di antologica che ne ripercorre l’aspetto più privato, grazie a vari inediti, tra cui i disegni creati per i nipoti Piero e Giorgetta bambini. E che ho pensato d’inaugurare con un omaggio multimediale alla sua poliedrica natura e modernità, accogliendo all’inaugurazione il folto pubblico con una macro proiezione luminosa che lo raffigurava in veste di critico e di artista, e con un concerto breve, in cui la giovanissima violista albanese Sara Zoto ha interpretato le sue predilezioni musicali, eseguendo un pezzo molto toccante di Donatoni, alla presenza della nipote Giorgetta Dorfles, da sempre molto vicina allo zio.

Uno degli aspetti più interessanti della mostra è rappresentato dai disegni per voi nipotini, evocanti animali fantastici come l’airone orecchione, il folpo nasone, l’uccello dell’Inferno, la mucca alata con stivaletti… Che ricordo hai di Gillo da bambina? Quando veniva a Trieste a trovare la famiglia, mio fratello Piero e io avevamo l’occasione di stare con lui.

Non avendo figli era un po’ imbranato con noi, però riusciva a sintonizzarsi sulla capacità d’immaginazione dell’infanzia; ci trovavamo più su questo tema che sui soliti rapporti fra parenti, quindi niente grandi dimostrazioni di sentimenti: i disegni erano un modo di mettersi in contatto con noi, poi li coloravamo insieme, inventando i nomi di questi strani animali e personaggi fantastici. L’importanza del gioco nella sua vita si vedeva già allora e in seguito avrebbe teorizzato il fatto che la creazione artistica è un’attività essenzialmente ludica.

La passione per il gioco era nota anche ai suoi amici, che una volta per esempio gli regalarono un occhio che cammina, che gli piacque moltissimo. Quando siete diventati adulti, come si è evoluto il vostro rapporto? Ci ritrovavamo a Trieste quando veniva a trovarei mieie c’erano sempre le gite in Carso perché era fanatico di queste camminate e, da buongustaio, delle mangiate nelle trattorie. Amava molto i piatti locali, che a Milano non trovava. A Trieste andavamo alle mostre, era curioso di vedere i pittori triestini e non risparmiava commenti molto critici perché era parecchio difficile di gusti e appena uscivamo dalle gallerie si sfogava con frecciate contro questi poveretti ignari. Era molto interessato allo sport? Il mare, pur essendo triestino, era forse l’elemento che gli era meno consono: andava in acqua, faceva tre bracciate e usciva. In montagna invece andò sempre fin quasi alla morte e si piccava di voler camminare a tutti costi, anche con fatica. Mai sulle Dolomiti, che riteneva troppo basse, ma scegliendo località almeno a 2000 metri, in Val d’Aosta o in Svizzera.

Ha sempre avuto progetti di vita che erano una sfida. Ha infatti sciato fino a oltre i 100 anni, andava magari sui campetti dei bambini però doveva vantarsi di averlo fatto. Una sfida era anche il fatto di raggiungere una certa età… Penso di sì, anche sesi rifiutava di prendere coscienza dell’età perché si sentiva ancora giovane e s’infastidiva se lo consideravano un vecchio venerando. Lui doveva essere sempre in forma. Per esempio in età matura a tal fine saltava a piè pari le panchine del viale vicino a casa. E faceva una vita regolata, senza eccessi nelbere e nel mangiare. Nell’ambito delle sfide, c’è pure il suo interesse per l’esoterismo e le dottrine steineriane. Aveva anche inventato Vitriol, personaggio a metà tra ispirazione esoterica, ricerca artistica e filosofia, esposto in mostra… Steiner dice che bisogna acquistare una coscienza dell’io, controllando impulsi e passionitransitorie, e vivere seguendo i propri talenti senza essere traviati da fattori esterni. Perciò era molto concentrato sulla propria identità, manon era egocentrico perchémolto attento agli altri e generoso.

Per esempio Vitriol, personaggio tratto dall’alchimia, simbolizza la ricerca della pietra filosofale, che va trovata in noi stessi. È un percorso che lui ha sicuramente svolto. Steiner aveva inoltre inventato anche una medicina antroposofica, che Gillo ha seguito tutta la vita. Anche la pittura all’inizio è stata ispirata da quella steineriana, che in fondo non giudicava esteticamente valida, però riusciva a esprimere visioni di una realtà diversa.

Merluzzo al vapore al pomodoro e taggiasche, farro, cime di rapa alle mandorle

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