Le molte vite di Magdalena Valdez in una staffetta tra quattro autrici

Vanessa Piccoli, Claudia Mitri, Laila Wadia e Lolita Timofeeva raccontano la violenza e il maschilismo, dallo Sri Lanka a Trieste



Come si può raccontare una vita in letteratura? C’è chi lo ha fatto con un vera e propria cattedrale di parole, pensiamo a Proust, un’unica voce a raccogliere un’unica vita, quella di Marcel. C’è invece chi una vita l’ha raccontata sdoppiata, triplicata, facendo rinascere un’identità sempre diversa, come “Orlando” di Virginia Woolf. Ed è forse questa ultima che più ha ispirato “Le molte vite di Magdalena Valdez” (Besa editrice, pag. 244, euro 17) di Joana Karda, che verrà presentato alla libreria Lovat, il 3 dicembre alle 18. La storia di Magdalena è un romanzo collettivo, frutto dei laboratori Wu Ming Lab. Ed è proprio il caso di parlare di scrittura collaborativa e plurale se pensiamo ai suoi autori. Joana Karda è naturalmente un omaggio a Saramago, dietro cui c’è un mondo. Un mondo che ci riconduce a una lingua, l’italiano, scritto però da quattro autrici di identità sconfinata: un’italiana che vive a Lione (Vanessa Piccoli), un’italiana che vive a Trieste con un figlio avuto in Belize (Claudia Mitri), un’indiana che vive a Trieste (Laila Wadia) e una lettone che vive a Bologna (Lolita Timofeeva). Quattro donne per raccontare la storia di una donna che assumerà altri nomi, altre patrie, altre lingue. Così di capitolo in capitolo troviamo Maggie, Lenočka, Lena, Maddalena e Mad. Un percorso che dallo Sri Lanka giungerà a Trieste, e infine in Brasile, passando attraverso l’Unione Sovietica della Perestrojka, la Roma di tangentopoli e la Trieste post basagliana.


Molte vite appunto, molte epoche, ognuna con i suoi limiti e le sue ideologie sviscerate da personaggi che di ognuna rappresentano un aspetto diverso. In mezzo ci sta lei – Lena e Maddalena – abile a un altro percorso: quello della sua mente. Perché al di là dei fatti storici, alla fine per ognuno conta il fatto che ci ha formato, traumatizzato, costretto a non venire a patti con il passato e quindi a essere incerti sul futuro, ma l’analogia è efficace, l’incertezza di un’epoca corrisponde all’incertezza di un intelletto. Nella moltitudine degli eventi – dal 1968 alle soglie del 2000 – una costante c’è, la violenza degli uomini, tratto che segna Magdalena già dall’adolescenza e che si ripete come una costante in diverse forme, più o meno traumatiche, a oriente e a occidente: sempre la protagonista avrà a che fare con un maschilismo feroce o ambiguo, sleale, addolcito dalle “buone maniere” dell’ovest. Non solo Magdalena sarà vittima di questo aspetto, ma certo la sua biografia prevede quanto basta per diventare Mad, ovvero pazza, anche se in fondo leggendo questo romanzo non diamo per scontato che lo sia. Tutto si gioca sulla possibilità di certi concetti, come viene detto «impazzire è una variabile della vita di tutti», perciò non è un fatto così sorprendente. Impazzire, forse, è una variabile di chi legge tra le righe le profonde contraddizioni del tempo e degli uomini, l’ipocrisia, l’umanità apparente, l’egoismo e il menefreghismo, non a caso Magdalena è certa di essere stata amata solo da due persone, chi l’ha salvata da bambina (Fernandez) e da adulta (Fiodor), decisamente pochino nell’economia di un’esistenza. Eppure la vita prevede esattamente questo, in genere: poche persone amorevolmente autentiche.

Il merito del romanzo è proprio l’aspetto anticonsolatorio, in una struttura circolare che ci restituisce la verosimiglianza di una vita – certo meno epica – il faticoso viaggio che ognuno compie verso l’autonomia. La trama, in questo caso, vale più della scrittura, che a tratti riesce ad essere letteraria, talvolta eccessivamente eterogenea quanto a stile e qualità. Ma in fondo è una sperimentazione, decisamente riuscita nel contesto, e va ammesso che le parti dedicate a Trieste si evidenziano per scrittura e profilo del personaggi, perfettamente tratteggiati, psicologie che possiamo riconoscere nella scontrosa grazia che le connota. Una Trieste ossimorica, a tratti detestabile, incompatibile, fuori riga, ma la salvezza sta anche lì: «Vivere a Trieste - leggiamo - non significava uscire dalla norma, ma non riconoscere la norma come verità». —



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