Villalta e “Il scappamorte”, versi sul confine tra conscio e inconscio

Dicono che il sonno sia come la morte o forse è l’alibi di una specie di esorcizzazione della morte stessa. Il sonno in verità è qualcosa di più, non è così definitivo, è più complesso. Il sonno, l’attimo preciso tra la veglia e l’abbandono, è uno stato incerto, sconosciuto, un altrove dove non c’è spazio e non c’è tempo, dove può insorgere un’altra verità. Ed è lì, in quell’esatto istante in cui stiamo per dormire (stiamo per morire?) che Gian Mario Villata evoca “Il scappamorte” (Amos edizioni, pag. 58, euro 12), l’ultima raccolta in versi del poeta e scrittore friulano.

Forse questo nuovo libro segna un cambio di registro, almeno nella prima parte, meno “realistico”, più visionario come in fondo deve essere ciò che è alimentato da una sorta di stato onirico. Ma appunto, spesso il sonno e i sogni ci restituiscono nello stato di veglia una sensazione di realtà, come se ciò che abbiamo sognato fosse davvero vissuto. Ed è lì che si consuma la battaglia che conduciamo con noi stessi, tra conscio e inconscio “la proroga tra l’essere/e il diventare te stesso”. Ed è vero che forse proprio dove si consuma il tempo senza sapere di esserci, potremmo in fondo perderci per ritrovarci, perché quando sogniamo sappiamo che stiamo sognando, è l’attimo in cui è possibile afferrare un istante che nasconde più verità di quello che mostra, a differenza dello stato di veglia in cui avviene comunque una perdita ma meno significativa “dentro le cose solite/che perdono tutti ogni giorno”.


Si evocano così figure notturne, vocate allo “sprofondo”, “Tra me e me lo chiamavo il scappamorte”, scrive il poeta. Villalta ha sempre avuto una poetica che ruota intorno al simbolico, al simbolico della mente, senza pedanterie concettuali, molto realista, teso ai misteri di una verità che scardina l’intelletto e i suoi meccanismi. Basti ricordare alcuni titoli: “Vedere al buio”, “Vanità della mente”, “Telepatia”, ciò che non si tocca, non si vede, diviene veicolo di una ricerca di significato per tentare un appiglio alla realtà, per lo meno a ciò che ci pare reale: “la mente investe le età come un vento/che ora è quieto e ora svelle ogni erba”.

E se è vero che il passato ci trasforma (“trasformano te, che ricordi”), ancora più vero è un tempo che non si placa, che si accumula sulle macchie delle mani, nelle facce e nelle pance, che si ammucchia inutilmente e che riusciamo a percepire solo nella parola, solo quando riusciamo “a dire”. Il scappamorte invece qualche “istante” ce lo concede, lì dove tempo reale e tempo visionario perdono la soglia del confine, dove forse è necessario perdere identità fino all’ultima domanda metafisica: “se la morte/è soltanto un sonno (è vero che sei sicuro/che sai di dormire, nel sonno?): saprai nella morte di essere morto?”.

Mary Barbara Tolusso

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