L’esperienza di Basaglia degna del Nobel per la Pace A Trieste nasce il comitato

La proposta lanciata a San Giovanni dove è in corso un summit sulle buone pratiche nella salute mentale

i temi

Giulia Basso


Come nella seconda guerra mondiale i lager hanno rappresentato il culmine della disumanizzazione, così in tempo di pace un ruolo analogo è stato ricoperto dai manicomi, luoghi di contenzione e di violazione dei diritti umani dove rinchiudere, spesso per tutta la vita, il diverso, il folle. Ecco perché un gruppo di docenti dell’Università di Trieste, tra cui il giurista Maurizio Barberis e l’architetto Giovanni Fraziano, insieme a Gianni Peteani, figlio della partigiana Ondina, hanno deciso di riunirsi in comitato per proporre la candidatura al Nobel per la Pace dell’esperienza nata dal lavoro di Franco Basaglia.

L’annuncio è stato dato dal palcoscenico offerto dal convegno internazionale sulla salute mentale dal titolo “Good Practice Services: Promoting Human Rights & Recovery in Mental Health”, in corso fino a domani al Parco di San Giovanni. Organizzato dalla Scuola Internazionale Franca e Franco Basaglia con il Centro collaboratore Oms per la ricerca e la formazione in salute mentale (dipartimento di Salute mentale, AsuiTs), il convegno targato Organizzazione mondiale della sanità ha riunito a Trieste 400 partecipanti da 44 paesi di tutti i continenti, tra cui 128 relatori e delegati di governi nazionali, i vertici dell’Oms e di grandi organizzazioni internazionali per la salute mentale e per i diritti umani (Human Rights Watch).

Numerosi i temi sul tavolo, con un focus sui servizi e programmi che nel mondo si basano sui presupposti della centralità delle persone e della risposta ai loro bisogni, dell’evitare la coercizione, sostenere la guarigione, l’autonomia e l’inclusione sociale. L’Oms sta infatti completando un documento sulle buone pratiche fondato sulla mappatura dei servizi per la salute mentale territoriali innovativi. Dimostrare che sono efficaci è fondamentale per convincere i politici e altri attori-chiave a diffondere nuovi approcci.

Tra gli esempi presentati le esperienze d’intervento sugli homeless dall’India alla Francia agli Stati Uniti, o sull’area riabilitativa e dell’inclusione sociale (casa, lavoro, ecc.) in Nuova Zelanda, Israele e Italia. E soprattutto il “modello Trieste”, anche nei suoi sviluppi regionali, come esempio riconosciuto di un completo cambio di sistema e di paradigma, dalle istituzioni alla comunità, dalla malattia alla persona.

«Quando i nostri ospiti arrivano a Trieste si stupiscono perché anche i tassisti conoscono Basaglia e la storia della salute mentale - evidenzia Roberto Mezzina, direttore uscente del Dipartimento di Salute Mentale e del Centro Collaboratore Oms -. Trieste ha costruito un sistema basato sulle buone pratiche, che valorizza l’unicità delle persone e il dialogo con la comunità».

Il sistema territoriale basato su centri di salute mentale aperti 24 ore su 24 è stato adottato con successo in Svezia e in Brasile, sperimentato in altre regioni italiane e in Galles, Repubblica Ceca, Polonia. Nel prossimo futuro, come già anticipato dal Piccolo, partirà anche a Hollywood, come area pilota per la collaborazione triestina con Los Angeles. Al convegno ha partecipato una nutrita delegazione losangelina, che ha illustrato lo stato dell’arte: «Finora si è lavorato, con successo, per ottenere finanziamenti pubblici e privati. Ora che il denaro sta per arrivare ci sarà la stesura definitiva del piano per la riconfigurazione dei servizi, a cui collaboreremo, e da fine maggio il progetto dovrebbe decollare», spiega Mezzina. Che fa un bilancio del suo mandato e lancia un messaggio alla politica in vista della nuova riforma sanitaria, che vedrà la fusione Gorizia-Trieste: «Si darà il via a una nuova azienda: siamo convinti che la politica, per quanto non troppo amichevole, si renderà conto che questo sistema della salute mentale è un patrimonio collettivo: siamo un modello mondiale di cui essere orgogliosi. Come io lo sono del lavoro degli ultimi anni, in cui abbiamo rinnovato i servizi, chiuso le ultime residenze dell’ex ospedale psichiatrico, sviluppato pratiche di risposta domiciliari alla crisi e di supporto reciproco tra persone con esperienza di malattia (peer support), sviluppato i centri diurni, con l’obiettivo di offrire un ventaglio di opportunità per la reinclusione sociale delle persone». —

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