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Nella Trieste del dopoguerra il cinema si metteva in posa da De Sica a Sophia Loren

Si inaugura domani a palazzo Gopcevich l’esposizione con le immagini della Fototeca comunale sulla cinematografia in città fra gli anni Cinquanta e il 1963

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TRIESTE Vent’anni d’oro per il cinema a Trieste. Vent’anni che si aprono con la fine della guerra mondiale e si concludono nel 1963 con gli scontri di piazza e lo sciopero generale di tutte le categorie economiche della città per l’annunciata morte del Cantiere San Marco. A questo periodo Claudia Colecchia, responsabile della Fototeca e della Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte, sotto la direzione della direttrice Laura Carlini Fanfogna, ha dedicato una ricerca per immagini che spazia su tre versanti: i film in cui Trieste e il suo territorio sono protagonisti o per dirla con linguaggio attuale “location”; gli attori e i registi che in quei vent’anni lavorarono sui set triestini; le sale cinematografiche che raggiunsero nel 1955 l’incredibile numero di 36 accogliendo mensilmente più di 800 mila spettatori.

La ricerca e la mostra “Il Cinema in posa” i cui i risultati saranno presentati al pubblico domani alle 17 nella Sala Selva di palazzo Gopcevich, hanno come supporto imprescindibile le immagini realizzate dai reporter di Giornalfoto, allora la principale agenzia cittadina, da Adriano de Rota e Ugo Borsatti, due reporter che assieme a Mario Magaina, hanno raccontato i convulsi anni del dopoguerra, dal Governo Militare Alleato al ritorno di Trieste all’Italia.

Un dato va immediatamente segnalato. Tra il 1945 e il 1950, negli anni della Guerra Fredda, Trieste rispetto alle altre città italiane godeva di un privilegio: qui i film prodotti a Hollywood ma anche in altri Paesi europei, venivano proiettati con anticipo e in versione originale rispetto all’Italia. Inoltre “due ragazzi terribili”, Tullio Kezich e Callisto Cosulich, affiancati dal critico Tino Ranieri, in quel periodo proposero con un certo successo e feroci polemiche, film come la “Terra trema” di Luchino Visconti che era già stato contestato con durezza al festival di Venezia e trovava ostilità a circolare nelle sale. Molti reagirono anche a Trieste: una cassiera fu schiaffeggiata da uno spettatore inferocito e le proiezioni vennero sospese e subito dopo annullate. Ma Kezich e Cosulich non mollarono proponendo in città in anni di maccartismo imperante la visione di “pericolosi” film sovietici. Ma andiamo con ordine.

Trieste è entrata nella storia delle produzioni cinematografiche con una serie di titoli che vanno da “La mascotte dei Diavoli blu” alla “La linea bianca” poi diventato “Cuori senza frontiere”, “Corriere diplomatico” e “Senilità”. In questo ultimo film del 1962, diretto da Mauro Bolognini, una giovane Claudia Cardinale aveva monopolizzato molto più del protagonista maschile Anthony Franciosa, l’attenzione dei fotografi. E uno splendido ritratto dell’attrice, realizzato da Ugo Borsatti compare sia sulla copertina del catalogo di 200 pagine che accompagna la mostra, sia sul cartoncino dell’invito. Altri ritratti di attori e registri popolano il catalogo e i pannelli della mostra. C’è Fulvia Franco “bella e sfortunata”, ci sono Mario Valdemarin, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Silvana Mangano, Sophia Loren, Mario Monicelli, Dino Risi. Non c’è Tyron Power, che a Trieste non mise mai piede e fu sostituito in alcune riprese di “Corriere diplomatico” da una controfigura senza nome. Nello stesso film, diretto da Henry Hathaway, compaiono in brevi scene Lee Marvin con addosso la divisa americana e Charles Bronson, nel ruolo di un agente segreto sovietico. Uno spazio particolare è dedicato a Vittorio de Sica che venne a Trieste nel 1955. Scopo della visita quello di trovare il protagonista del suo film “Il tetto”, scritto da Cesare Zavattini.

De Sica scoprì il “nuovo volto” nel rione di San Giacomo: si chiamava Giorgio Listuzzi, era figlio di un portuale, non aveva lavoro e aveva giocato come portiere nel Ponziana calcio. Nei giorni della presenza a Trieste del regista stava preparando i documenti per emigrare in Australia. E veniamo alla sale cinematografiche falcidiate dall’avvento della televisione – a partire da “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno con Edy Campagnoli – e dal mutare dei costumi, in primo luogo la motorizzazione di massa innescata dalla Fiat 600. Tra le sale scomparse spiccano i nomi del cine Massimo, dell’Alabarda, dell’Aldebaran, dell’Astra, dell’Aurora, dell’Azzurro, del Capitol, del Grattacielo, Fenice, Lumiere, Viale, Vittorio Veneto, Alcione, Ideale, Garibaldi, Marconi, Grattacielo, Excelsior, Arcobaleno, Moderno, Filodrammatico Lumiere. Si potrebbe continuare a lungo. Le sale sono mestamente diventati garage, supermercati, filiali di istituti bancari, negozi o sedi di congregazioni religiose.

Altre sono state semplicemente abbandonate e attendono ancora oggi una destinazione. Ma oltre alle sale che comparivano giornalmente sulle pagine degli spettacoli de “Il Piccolo” con l’ora di inizio delle proiezioni e il nome del film in programma, ma anche alla frequentata “Luminosa” di via Carducci, esisteva una rete diffusa di cinema gestiti da oratori ed enti assistenziali e non. Tra questi l’Eca ora Itis, dove era stato in funzione fino agli anni Cinquanta un proiettore 35 millimetri donato dal podestà Paolo Salem. O il teatro Auditorium, più volte restaurato e poi lasciato morire, ma anche gli oratori annessi a comunità religiose. Ad esempio nella sala in piazzale Rosmini, adibita a chiesa prima del completamento della costruzione della Basilica della Madonna del Mare. Ma anche in via Franca una sala cinematografica era gestita dal Centro giovanile San Sergio, dove fu proiettata una serie di film di Carl Theodor Dreyer nell’ambito di un “Cinestudium” gestito tra gli altri da Michele Zanetti, futuro presidente della Provincia e poi dell’Ente Porto. —

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