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“Disobbedisco” a Trieste: in mostra auto, abiti e memorie della rivolta di D’Annunzio

Aperta al Salone degli Incanti l’esposizione curata da Giordano Bruno Guerri che ripercorre l’impresa di Fiume. Cinque percorsi tematici dall’identità di confine all’emancipazione

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TRIESTE È mancata soltanto l’aspersione del mezzo litro abbondante di profumo Coty, che Gabriele D’Annunzio consumava in un solo giorno, per il battesimo della fastosa mostra inaugurata ieri al Salone degli Incanti.

“Disobbedisco. La rivoluzione di D’Annunzio a Fiume 1919-20” ha creato polemiche e dissensi al suo primo profilarsi all’orizzonte, complice la statua mitemente assorta con un libro in mano da consacrarsi in piazza della Borsa, al più eccentrico, narciso, libertino, temerario e sfrontato dei letterati italiani, a cui si stenta togliere l’odore di fascismo.

Tempi e modi sbagliati per la celebrazione? Magari il tempo, nello stretto significato del temine, no, visto che a settembre cade il centenario dell’Impresa fiumana, quando D’Annunzio prende l’iniziativa e occupa la città, seguito da almeno duemila legionari e tante, tante donne. Ma l’altro tempo, quello sincopato che dà il polso politico del nostro Paese, desta almeno il sospetto di una larvata, benché elegante, forzatura nell’interpretazione degli eventi in una delicata zona di confine.

D’Annunzio a 44 anni era rientrato in Italia dal dorato autoesilio francese iniziato nel 1907, per perorare l’ingresso italiano nella Guerra mondiale, liberare le terre irredente e completare il Risorgimento con altri mezzi: l’automobile e l’aeroplano.



Evocativo, il percorso della mostra si snoda all’interno di una serie di hangar comunicanti che custodiscono i tesori, le memorie e i frammenti delle imprese del poeta. Lettere, stendardi, fotografie, tagliacarte, stemmi, pastrani...

La scenografia tratteggia la vita agrodolce del soldato D’Annunzio, lasciando solo aleggiare l’uomo di mondo che porta a una tale esasperazione il suo gusto per il bello da scivolare nel kitsch.

D’altra parte, il sovrabbondante, il barocchismo, gli orpelli, costituiscono la passione di un esteta che possiede poche donne di meno rispetto allo sterminato guardaroba. Un centinaio sono i vestiti da mattino, da pomeriggio, da sport e da sera, le uniformi militari di fatica e di gala. Una cinquantina tra pellicce, soprabiti e cappotti, una miriade di camicie di seta; duecento paia di scarpe e stivali, trecento paia di calze, una cinquantina di pigiami e altrettante vesti da camera, con cui suole presentarsi alle amanti circuite con la voce del serpente di Eva. Cadranno come mele mature, per citarne solo due arcifamose: Eleonora Duse, attrice e Isadora Duncan, danzatrice.

Il curatore dell’esposizione, Giordano Bruno Guerri, storico e presidente della Fondazione del Vittoriale di Gardone Riviera, che D’Annunzio elegge a buen retiro nel 1921, dopo il Natale di sangue della repressione di Giolitti per concludervi la sua esistenza nel 1938, è talmente immerso nel personaggio da sembrarne la reincarnazione. Sulla vicenda si è speso nel libro “Disobbedisco” edito da Mondadori, titolo della lectio magistralis tenuta l’altro ieri all’auditorium del Museo Revoltella e nega con veemenza la gravitazione di D’Annunzio verso il fascismo. Semmai è il contrario. Si sa che il tricolore assume significati diversi a seconda della mano che lo sventola.

«Tra gli oltre ventimila oggetti della sua casa non si trova un solo fascio o elemento che richiami il regime». Secondo Guerri, quelli fiumani sono stati veramente 500 giorni di rivoluzione, non preludio al fascismo, ma esperimento libertario che anticipa le avanguardie, le utopie e le rivolte del Novecento. Sta solo a vedersi di che segno.

L’involucro di ferro ricavato nell’arioso Salone degli Incanti racchiude le due anime di D’Annunzio, la guerresca e meno la poetica, in un percorso che esplora cinque tematiche: identità di confine, irredentismo e imprese eroiche, rivoluzione artistica, rivoluzione sociale e infine emancipazione, specie quella femminile (a cui tiene in particolare). L’uomo solo al comando piace almeno quanto D’Annunzio piace a se stesso: lo testimoniano documenti e immagini dei seguaci plaudenti in piazza, in montagna, al mare e sui campi sportivi. Infatti la rivoluzione sociale D’Annunzio la concepisce fondata sul rapporto diretto tra Capo e folla, senza inutili intermediari; “Stato ideale” raccontato dai cimeli con il culto del Comandante e la Reggenza e la Carta del Carnaro. Mirabilia provenienti da collezioni pubbliche e private, tra cui la Fiat Tipo, volante a destra, con cui fece il suo ingresso a Fiume, che accoglie i visitatori; poi, la bacchetta donata da Arturo Toscanini a Luisa Baccara, favorita di turno, e, a suggello dello studiatissimo percorso, in piena luce dopo tante penombre, la bandiera tricolore stesa dal poeta medesimo sulle bare dei caduti del Natale di sangue, il de profundis “su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione”. Alla guida dell’auto, in testa ad autocarri stipati di monili, mobili e libri, lui raggiungerà il Vittoriale, vinto ma vivo. –


 

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