Camillo Castiglioni l’avventura “rombante” del manager collezionista

Fino al 21 luglio al Gopcevich la mostra sul poliedrico triestino corredata dal volume che ne racconta la vita intensa e dimenticata

La recensione



«Castiglioni ruggiva come una locomotiva fischiante»: anche il caustico Karl Kraus si era imbattuto nel rampantissimo finanziere-industriale triestino, che durante e dopo la prima guerra mondiale mieteva a palate quattrini, aziende, palazzi, opere d’arte. Un’ira di dio.

I successi di Camillo Castiglioni, la sua - chiamiamola così - spregiudicata “poliedricità” non contribuirono a renderlo popolare: da ebreo si fece evangelico, da giovane irredentista guadagnò costruendo armamenti per gli Imperi Centrali, fu fascista ma funse da mediatore per garantire un finanziamento americano a Tito che non gli pagò la provvigione, provocando negli anni ’50 un clamoroso caso giudiziario.

La vita di Castiglioni è un copione di film tratto da fatti realmente accaduti, che, dopo la morte avvenuta a Roma nel 1957, nessuno ha però voluto girare, per cui le avventure di questo triestino errante si inabissarono in un oblìo durato una sessantina d’anni. Finchè di recente Gianni Scipione Rossi, giornalista Rai e saggista, incappò casualmente in Castiglioni frugando nelle carte di Attilio Tamaro, altro triestino, conservate a Roma dalla Fondazione Spirito-De Felice. Da questa fortuita frequentazione archivistica nacque un libro edito da Rubbettino, da quel libro la mostra allestita fino al 21 luglio nel triestino palazzo Gopcevich, dall’occasione espositiva una nuova pubblicazione intitolata “Camillo Castiglioni e il mito della Bmw” (Fondazione Franco Bardelli, 20 euro) e uscita contestualmente alla riscoperta del personaggio, come approfondimento dei tanti temi attorno ai quali si attorciglia la fitta siepe castiglionesca.

A curare questo libro-catalogo Susanna Ognibene e Mauro Martinenzi, che “a monte” avevano avuto l’idea della mostra. Sia l’esposizione che il libro-catalogo sono comunque frutto di un’ampia convergenza di energie, di conoscenze, di consulenze, perchè la ramificata esistenza di Castiglioni ha imposto un vasto raggio di ricerca che è partito da Trieste per raggiungere Monaco, per rimbalzare a Padova e a Roma.

Infatti lo scavo biografico prende le mosse dalla ricostruzione genealogica e dalle origini ebraiche di Camillo, si traccia una sorta di “mappa” dei numerosi traslochi triestini della famiglia: Mauro Tabor s’incarica di riportare alla luce i rapporti tra la città e la comunità israelita. C’è il forte coinvolgimento dei Civici musei con i contributi di Claudia Colecchia, di Susanna Gregorat, di Lorenza Resciniti: se alla prima si debbono le rivelazioni iconografiche, i due conservatori si sono dedicati alle donazioni artistiche che Castiglioni fece al Municipio, la “Primula” di Plinio Nomellini e la “Dama con il cagnolino” firmata da Natale Schiavoni. Perchè tra le innumerevoli “applicazioni” del nostro pirotecnico protagonista va senz’altro menzionata la passione collezionistica, che lo portò ad acquisti importanti (Tiziano, Rembrandt, Correggio, Rubens ...) ma anche a vendite repentine a causa di un dissesto finanziario legato a una speculazione sul franco a metà anni Venti.

Ma, come suggerisce il titolo del libro-catalogo, c’è il rombante rapporto con Bmw, il glorioso marchio bavarese con cui Castiglioni lavora per una quindicina d’anni, dal 1917 al 1932. Una presenza molto importante nella storia del brand, perchè il finanziere-imprenditore lo sottrae dalla produzione bellica e lo lancia nel mondo delle “due ruote”: Bmw Group Archiv ha attivamente collaborato a mostra e libro, un saggio di Fred Jacobs esplora le tracce monacensi lasciate da Castiglioni.



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