Kirchner Reill: «La statua di D’Annunzio rende reale un mondo di esclusione»

La studiosa americana docente all’Università di Miami sta lavorano a un saggio sulla crisi di Fiume che sarà pubblicato il prossimo anno con Harvard University Press 

L’intervista



«Erigere una statua per onorare uno scrittore di talento, come D’Annunzio indubbiamente fu, non c'entra con la decisione di collocarne una in Piazza della Borsa a Trieste. Invece, la decisione ha a che fare con l'influenza di D’Annunzio sulla storia politica, sociale e culturale di Trieste. E l'idea di onorare questa influenza mi rattrista, perché significherebbe dichiarare a tutti che questa città vuole unirsi intorno a valori contrari all'inclusione, e rendere ancor più reale un mondo di esclusione, sciovinismo e imperialismo».

Dominique Kirchner Reill, americana, docente all'università di Miami, studiosa del mondo adriatico tra Ottocento e inizio Novecento, sta attualmente lavorando a un saggio sulla crisi di Fiume 'The Fiume Crisis: Surviving in the Wake of the Habsburg Empire', che uscirà il prossimo anno con Harvard University Press, ed è contraria all'idea del comune di erigere una statua di D’Annunzio a pochi passi da Piazza Unità.

Celebrerebbe - spiega la professoressa Reill - l'uomo che incoraggiò la guerra, l'uomo che disprezzò la democrazia parlamentare, l'uomo che definì gli “slavi” poco più che scimmie, l'uomo che sostenne le idee di Mare nostrum e spinse per assorbire nel nuovo Impero mediterraneo italiano la Libia, la Dalmazia, l'Istria, il Montenegro, l'Albania e oltre. Onorare D’Annunzio a Trieste per la sua politica significa onorare un uomo che contribuì ad incoraggiare gli italiani a dominare, senza preoccuparsi se il “resto” languiva. Queste visioni che D’Annunzio aveva per l'Italia e gli italiani non erano idee private che gli studiosi hanno riportato alla luce sfogliando le sue carte. Questi sono i sogni che condivise con le folle e le parole che pubblicò sui giornali italiani che gli garantirono la popolarità e motivarono molti dei suoi sostenitori a rischiare tutto per raggiungerlo a Fiume. In una città come Trieste, che è stata terrorizzata da decenni di violenza e intolleranza e che sta solo ora facendo i conti con la sua relazione col fascismo di Mussolini e con l'Olocausto, non riesco a capire perché si dovrebbero commemorare i valori che portarono a tanto dolore. Mi rende perplessa il fatto che una città con un’università così fiorente e con istituzioni culturali attive voglia celebrare il tipo di nazionalismo esclusivista che fu usato per convincere molti italiani a vedere nel fascismo il modo migliore per salvaguardare il proprio futuro.

Qualche studioso, Giordano Bruno Guerri ad esempio, sostiene che la Carta del Carnaro fu ispirata a principi democratici.

«Gli argomenti sulla natura “rivoluzionaria” e liberale di D’Annunzio che si riferiscono alla Carta del Canaro, e in particolare alla sua inclusione della libertà di divorzio e del voto femminile, sono del tutto assurdi: il divorzio era legale a Fiume da decenni, così come alle donne era già stato concesso il diritto di voto prima dell'arrivo di D’Annunzio; la Carta del Canaro non fu mai realizzata, in parte perché D’Annunzio non era davvero interessato ai dettagli banali del governo o alle preoccupazioni insignificanti della “gente comune”. D’Annunzio non fu un fascista, ma il suo genere di nazionalismo fa decisamente parte degli ingredienti che portarono l'Italia alla violenza fascista, violenza che colpì non solo le popolazioni slovena, croata, tedesca, ebraica, greca, musulmana, e nord e sud-sahariana sotto il controllo italiano, ma anche “gli italiani comuni” di ogni tipo, di ogni genere, di ogni professione, e di ogni ideologia. Onorare D’Annunzio a Trieste è onorare un passato con cui credo dobbiamo tutti confrontarci e al tempo stesso rigettarlo come un modello per il futuro. Erigiamo una statua in onore dei valori a cui possiamo aspirare, non quelli che ci ossessionano».

Nell'esperienza fiumana di D'Annunzio alcuni vedono un'espressione degli 'anni folli' delle Avanguardie culturali. Lei che ne pensa?

«Studiare D’Annunzio e i suoi seguaci italiani a Fiume è un modo affascinante di gettare uno sguardo sulla miriade di movimenti impazienti di rovesciare il liberalismo giolittiano, tutti movimenti che condividevano una cosa: una fondamentale dedizione al nazionalismo espansionista italiano. Tuttavia, questa avventura dannunziana non fu né così divertente (per il mondo contro il quale giocarono) né così fascista. Fu sciovinista. Fu imperialista. Fu politicamente e socialmente irresponsabile. E fece grande notizia sui giornali scandalistici».

Lei sta lavorando a un saggio sulla 'Crisi di Fiume'. Può riassumerci quale è la tesi del suo studio?

«Il mio libro indaga come gli abitanti di Fiume usarono le restanti infrastrutture della dissolta monarchia austro-ungarica per evitare la rivoluzione, prevenire la violenza, governare la crisi economica e promuovere l'iniziativa “prima Fiume”, che operava per stabilire legami sempre più forti tra la popolazione in contrapposizione ai forestieri. In sintesi, la mia storia riporta Fiume alla storia di Fiume, mostrando come non fu tutto divertimento, festa, e fanfara nazionalista italiana. Fu anche una città multietnica, in difficoltà economiche, e ansiosa di decidere da sé quanto il futuro ventesimo secolo sarebbe stato una continuazione (se non un miglioramento) del boom asburgico ottocentesco di cui aveva appena beneficiato». —



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