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«Quel 23 aprile in via Ghega riuscii a sfuggire ai nazisti subito dopo l’attentato»

Una testimonianza inedita rilasciata di recente prima di morire dall’antifascista Augusta Zebochin, che ricorda l’uccisione di 51 ostaggi a Trieste nella primavera del 1944

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TRIESTE Il 23 aprile 1944 a palazzo Rittmeyer di Trieste, oggi sede del Conservatorio Tartini, allora Casa del Soldato tedesco, furono impiccati 51 ostaggi: erano civili, partigiani e politici italiani, sloveni e croati, tratti dalle carceri del Coroneo per rappresaglia all’attentato compiuto il giorno prima da un partigiano azero: Mehti Husein Zade (Mihajlo). Al confine orientale molti azeri, soldati dell’Armata Rossa, già prigionieri della Wehrmacht, agli inizi del’44 si erano uniti alla Resistenza. Nell’esplosione provocata da una bomba da lui collocata nella mensa ufficiale erano periti 5 soldati della Wehrmacht ed un cuoco. Venti giorni prima, il 3 aprile, erano stati fucilati al poligono di Opicina 72 ostaggi sospetti e partigiani, in seguito ad un attentato compiuto dallo stesso Mihajlo e da un altro azero, Mirdamat Seidov (Ivan Ruski), al cinema di Opicina, riservato alle truppe germaniche. Nell’attentato erano morti sette militari tedeschi.

Dopo più di settant’anni, scompaiono protagonisti e testimoni di quel periodo terribile, mentre ancora non è stata fatta completa luce sulla rappresaglia di via Ghega, nemmeno per quanto riguarda le vittime. Gli storici stanno ancora setacciando archivi, cercando di raccogliere testimonianze e riscontri, ma il passare del tempo non aiuta. E le generazioni nate e cresciute in tempo di pace riescono con difficoltà a immaginare il clima di terrore, di sospetto, i rischi cui erano sottoposti non solo gli antifascisti, ma anche semplici passanti. A volte si spariva e basta.

Ai familiari sgomenti si diceva: “L’avranno portato in Germania”. Una testimonianza inedita arriva dalla allora giovane antifascista Augusta Zebochin, che il 22 aprile 1944, il giorno dell’attenttao, rischiò di finire in mano alla Gestapo, qualche istante dopo l’esplosione del Soldatenheim, la Casa del soldato germanico: «Il giorno dell’attentato - ha raccontato a chi scrive queste righe Augusta Zebochin, scomparsa di recente - mi trovavo alla Posta Centrale, dove lavorava una mia amica, Anna Jerič». «Un’altra compagna - continua la testimonianza - mi aveva consegnato una borsa piena di volantini raccomandandomi: “Questi li devi buttare in Posta dall’alto! Li devi buttare giù! Ho raggiunto allora la Jerič, che lavorava al telegrafo, e mi ha detto: “No, no, Gusti… se ti prendono finisco in Germania anch’io! ” Mi ha tolto di mano i volantini e non so come sia andata a finire! Uscii dalla Posta, diretta in via Ghega, e vidi un ufficiale tedesco ferito con le mani sul viso, tutto insanguinato. Gridava con le mani insanguinate…».

La ragazza riuscì miracolosamente a fuggire prima che via Ghega venisse sbarrata da ambo i lati. Tra gli ostaggi finirono ragazzi giovanissimi: Drago Krizaj aveva 16 anni, Giuseppe Turk 17, Giulio della Gala di GL e della Gioventù Antifascista Italiana (Gai) 18, Luciano Soldati 18. Fra le donne c’erano Laura Petracco in Negrelli, Zora Germek, Maria Turk. Laura Petracco, organizzatrice della gioventù del PCI, era stata arrestata assieme allo studente universitario Marco Eftimiadi che fece la sua stessa fine. Il fratello di Laura, Silvano di 18 anni, venne tratto dalle carceri e impiccato con altri 10 suoi compagni, poco più di un mese dopo la strage di via Ghega, per rappresaglia in seguito all’uccisione di un soldato tedesco. Vittorio Furlani, già fervente irredentista mazziniano, aderente al PdA, che si trovava in carcere assieme ai suoi sventurati compagni, sfuggì alla selezione per pura dimenticanza dei carnefici. Nella notte fra il 22 e il 23 aprile, quando ormai la notizia dell’attentato si era diffusa, prevedendo la sua esecuzione, scrisse alcuni versi di congedo alla moglie ed ai figli. Raccontò questa sua esperienza dopo la guerra sul quotidiano del CNL “La Voce Libera” di cui era direttore.

Gli elenchi delle vittime, compilati con fatica nell’immediato dopoguerra, rivelano dati anagrafici essenziali: la loro provenienza da Trieste e dintorni, da Postumia, Fiume, Zara, Brestovica, ma anche da altre regioni italiane, giovani idealisti attivi nella rete antifascista, come Laura Petracco, Marco Eftimiadi, Zora Grmek, disertori sfuggiti ai bandi d’arruolamento e per questo finiti al Coroneo, passanti catturati e rinchiusi solo perché trovati sprovvisti di documenti, adulti e giovanetti di varie categorie sociali. Le tormentate vicende del confine orientale non hanno consentito finora di ricostruire nei dettagli il profilo umano di ognuno, anche se, nel lungo dopoguerra fino ad oggi, le delegazioni degli ex partigiani insieme ai congiunti si sono incontrate e continuano ad incontrarsi al di qua e al di là del confine, per ricordare i propri caduti.

Molte famiglie pervennero a dolorose verità solo a parecchi mesi di distanza dalla fine del conflitto. Emblematico, a questo proposito, il caso di Edoardo Cavallaro, un siciliano di Roccalumera, giunto a Trieste come marittimo. In un breve articolo uscito su “Il Giornale di Trieste” nell’aprile 1954, viene ricordato come un militante del Cnl e per questo arrestato e tradotto al Coroneo, da cui uscì solo per affrontare l’esecuzione insieme agli altri cinquantuno condannati. —
 

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