Hayden fa “Il buio a luci accese” un viaggio nel proprio inconscio

L’editore pordenonese Safarà pubblica lo scrittore irlandese finora inedito in Italia. Venti racconti che demoliscono la dimensione spazio-temporale



Mettiamo un caso di scuola, cioè un avvenimento tipico che può accadere nella vita: un marito lasciato dalla moglie. Uno scrittore lo può affrontare con stile tradizionale, ovvero realistico, nella successione dei fatti che prendono avvio dalle prime incomprensioni, e attraverso i litigi, fino alla catarsi finale. O magari come un flusso di coscienza espresso da frasi ipotetiche dove l'attività mentale si sostituisce all'azione narrativa. Entrambi questi sistemi del raccontare ricorrono a punti cronologici fissi o mobili, magari sapientemente intersecati.


Ma ora è arrivata la svolta con il mondo espressivo del tutto unico di David Hayden, misterioso scrittore irlandese finora inedito in Italia, al momento forte solo della raccolta "Il buio a luci accese" su cui fa bene a scommettere l'editrice pordenonese Safarà(pagg. 200, euro 16,50) nell'ottima traduzione di Riccardo Duranti, in libreria da oggi. Venti racconti che demoliscono la dimensione spazio-temporale a noi nota e trascinano il lettore nel proprio inconscio, come l'insetto formicaleone fa slittare le prede giù dai lembi della sabbia asciutta nella sua trappola conica che le inghiotte.

Lo schock dell'abbandono da parte di Ellen nel racconto "Il banditore" è solo la nota di fondo, persistente, come nei profumi, attorno a cui aleggia il fare o non fare del protagonista coinvolto in dialoghi sfilacciati e grotteschi parenti del non-sense.

Chi ha sofferto per amore sa il dolore rappreso in una scarpina dal tacco spezzato, nel vestito di taffetà penzolante nell'armadio, nella paralisi della favella quando invece si è certi di parlare; e mentre si è protesi ad ascoltare qualsiasi cosa, solo allora ci si accorge che l'altro urla la fine di tutto.

Ecco, Hayden possiede la capacità ineffabile e totale di rendere sulla pagina lo stato dissociativo tra pensiero e comportamento e dà la sensazione di non rappresentarli in successione ma di riprodurli nel momento stesso in cui accadono.

Come se fosse la cosa più ovvia, più pacifica del mondo, là dove i confini della realtà si slabbrano rivelando la propria insufficienza, Hayden interviene con un alfabeto fantastico che dà voce all'incomunicabile sovrapponendo i piani degli eventi, alterando e smaterializzando a piacere tutte le grandi questioni dell'uomo: oltre all'amore, il tempo, la morte, la violenza, il lavoro, che assurge a contorni tragici e paradossali. Come far smettere di piangere gli operai che con le loro lacrime allagano la miniera? Andy è chiamato ad affrontare il problema nel racconto "Fieno" e lo risolverà con l'efficienza consustanziale dell'ingegnere: di giorno i minatori lavoreranno, di notte annaffieranno le piantagioni secondo turni ben precisi. Qualche anno dopo arance, limoni, manghi hanno reso prospero il posto, tra il rumore di un singhiozzare discreto. Segno che la produzione industriale sa volgere anche l'infelicità a proprio vantaggio? Non c'è traccia di moralismo nei venti racconti di Hayden che si rivela piuttosto essere un sublime manipolatore degli effetti collaterali della realtà. —



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