La guerra in Afghanistan fa esplodere anche il presente e il futuro di Zafar

“Alla luce di quello che sappiamo” di Zia Haider Rahman è una vera e propria lezione di geopolitica



L’ascensore sociale con Zafar ha funzionato. Perfettamente.


Nato in Bangladesh, la sua famiglia si trasferisce in Gran Bretagna quando non ha più di cinque anni. Il suo è un singolare curriculum scolastico; un’istruzione raffazzonata grazie ai suoi sforzi personali e a una quantità incredibile di borse di studio gli permette comunque di arrivare a Oxford per laurearsi in matematica. Poi, una seconda laurea, in giurisprudenza, ad Harvard, e un futuro di avvocato specializzato nelle normative bancarie. Il padre è stato contadino, poi autista degli autobus a Londra e infine cameriere. Ha la barba e porta lo zucchetto; la madre, casalinga, è sempre avvolta da un sari blu e vive in cucina. Zafar cresce nelle peggiori case popolari di Londra. Ma ce la fa. Quello che non funziona nel romanzo d’esordio di Zia Haider RahmanAlla luce di quello che sappiamo” (La Nave di Teseo, pagg. 665, euro 24,00) è altro: è la superbia occidentale di considerarci qualcosa di più e di meglio degli altri, che cova pure in quella Gran Bretagna che lui frequenta. Quello che non funziona è la superbia occidentale di pensare di poter esportare la democrazia occidentale come fosse un “copia e incolla”, calpestando dignità e orgoglio degli “altri”.

Sono i taccuini di Zafar, in cui lui raccoglie ogni istante della sua vita, a confessare l’eterno malessere di questo giovane uomo, che fin da bambino si vergogna, e si vergogna di provare vergogna al punto che alle prime vacanze estive (pagate dai servizi sociali) si fa chiamare dagli amichetti George. E ai party, da grande, glissa su qualsiasi domanda personale per evitare di dover spiegare dove sia il suo Paese e di conseguenza chi sia lui.

Zafar ha una fidanzata dal nome altisonante, Emily Hampton-Wyvern: famiglia nobile, impegnata in politica. In salotto si sbocconcellano biscotti al burro, si sorseggia Earl Grey e si discute di romanzi ottocenteschi. Classi sociali troppo diverse e tanto snobismo. Nel 2002, ai tempi della caccia a Osama Bin Laden, Zafar viene spedito a Kabul su richiesta dell’inviato delle Nazioni Unite per l’Afghanistan. Esperti, quelli dell’Onu, dotati di un implacabile amore per tutta l’umanità, ma privi di interesse per le persone. “Consulente per la nuova amministrazione afghana”: ecco il suo ruolo. A Kabul il numero dei consulenti è infinito, e allora chi può lavora per l’uomo bianco. Le classi professionali vengono smantellate dalle università, dalle scuole e dagli uffici, e arruolate per svolgere umili mansioni al servizio dei nuovi venuti. Ingegneri, medici, avvocati abbandonano le loro professioni per guadagnare soldi facili come autisti. A Kabul Zafar viene accolto così dagli afghani: «Lei è uno sveglio e non è uno straniero. Lei proviene da un Paese povero, è musulmano, è vissuto in mezzo a “quelli” e li conosce, quindi sa che bottoni premere». “Quelli” sono i bianchi. Che stanno giocando “al gioco dell’Impero e dell’Ego”. «Non possono tollerare che gli afghani siano semplicemente quello che sono - gli ricorda un amico pakistano - . Li chiamano diritti umani ma è solo una questione di risorse naturali e di posizionamento strategico. Abbiamo comprato all’ingrosso i loro valori in cambio della nostra dignità, ma i nostri Paesi sono incapaci di sviluppare una cosa come la democrazia. La lealtà alla propria famiglia, al proprio clan o religione, questo tipo di lealtà scavalca qualunque tipo di legge create dalle nostre élite».

Zafar finisce in un compound dell’Onu, a cercare di capire chi sono buoni e chi i cattivi. E quando pare che tutto sia chiaro in questo giro sporco di bustarelle, denaro, depistaggi e spie, si salva per miracolo da un attentato. Ma altre bombe gli esplodono dentro. Perde tutto. Perde il figlio appena concepito che tanto già amava (a cui avrebbe dato, come atto di purificazione dalla sua stirpe, il cognome della madre), perde la compagna (che in realtà non hai mai conquistato) e l’amico – l’unico - d’infanzia. Zafar non ha mai posseduto nessuna di quelle cose che non possono essere comprate.

Questo poderoso romanzo non è un libro facile, da sfogliare per farsi venire qualche sbadiglio: merita attenzione e tempo. Va diluito in piccole dosi per comprendere tutta la complessità e le sfumature di un mondo che a Zafar è familiare, ma a noi no. È intriso di estratti, teoremi, forse troppi perché obiettivamente la lettura ne è rallentata. E anche i continui cambi temporali forse non aiutano un lettore poco concentrato. Certo, però, è una lezione continua di geopolitica. Parecchio utile, di questi tempi. —



2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Trieste, punto lavori all'ex caserma della Polstrada di Roiano

Panino con hummus di lenticchie rosse, uovo e insalata

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi