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La marcia su Roma: opera buffa che cambiò i destini dell’Europa - Foto

Domenica alle 11 al Teatro Verdidi Trieste il quarto incontro del ciclo Laterza, dedicato alle “Rivoluzioni!” con lo storico Emilio Gentile: si parla di fascismo. Ingresso gratuito a esaurimento posti

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Domenica 20 gennaio, al Verdi di Trieste, inizio alle 11, quarto incontro delle Lezioni di Storia, promosse dal Comune di Trieste, ideate dagli Editori Laterza con il contributo della Fondazione CRTrieste e la media partnership de “Il Piccolo”. Per il ciclo “Rivoluzione!”, Emilio Gentile parlerà su "1922-1925 - La rivoluzione fascista".

 

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EMILIO GENTILE

«In Italia i fascisti hanno conquistato il potere con un colpo di Stato. Se riusciranno a conservarlo, allora questo sarà un evento storico che potrà avere conseguenze imprevedibili non solo per l’Italia ma per l’intera Europa. Può essere il primo passo verso la vittoria avanzata della controrivoluzione. I governi controrivoluzionari hanno agito fino ad oggi, in Francia per esempio, come se fossero democratici e amanti della pace. In Italia, invece, si afferma un tipo di governo francamente antidemocratico e imperialista. Il colpo di Stato di Mussolini può essere paragonato a quello di Lenin nell’ottobre 1917, ma diretto in senso opposto, naturalmente. E può darsi che sfocerà in un periodo di disordini e di guerre in Europa».

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Così scriveva nel suo diario la domenica del 29 ottobre 1922, a Berlino il conte Harry Kessler, acuto diplomatico e raffinato intellettuale tedesco. Egli fu il primo a fare un confronto fra l’ascesa al potere del bolscevismo e del fascismo. Nel corso degli anni venti e trenta, furono frequenti i politici, gli intellettuali, gli studiosi che elaborarono indagini comparative fra i due regimi sorti dalle due rivoluzione di ottobre, e per definirli entrambi usarono un termine nuovo, totalitarismo, coniato dagli antifascisti italiani nei primi due anni di Mussolini al potere.

Contemporaneamente, la propaganda dei due regimi costruì, attraverso l’arte e la cinematografia immagini epiche della conquista del potere da parte di Lenin e di Mussolini, raffigurati in pose eroiche.

In realtà, non ci fu nulla di epico né di eroico nell’andata al potere dei due fondatori dei primi regimi totalitari del Novecento. La notte del 24 ottobre 1917, senza barba e baffi, una parrucca sul cranio calvo, la testa fasciata e coperta con un berretto da operaio, il quarantasettenne Lenin si recò in tram a guidare il colpo di Stato, in una città che non si accorse della rivoluzione appena iniziata. Il pomeriggio del 25 ottobre, Leon Trotskij, con Lenin il principale artefice della rivoluzione bolscevica, annunciava la conquista del potere al Soviet di Pietrogrado, entrambi stupiti dalla rapidità e facilità del successo: «Ci avevano detto che l’insurrezione avrebbe sommerso la rivoluzione in fiumi di sangue. A nostra conoscenza non c’è stata una sola vittima...Le grandi masse non entrano in azione. Non ci sono scontri drammatici con le truppe. Niente di tutto quello che può associare all’idea di insurrezione una immaginazione educata agli avvenimenti storici».

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Cinque anni dopo, la sera del 29 ottobre 1922, un uomo di 39 anni, calvo e sbarbato, con un modesto abito scuro, salì su un treno a Milano, fra una folla acclamante: era Benito Mussolini, il duce del partito fascista. Si stava recando a Roma a prendere il potere, con l’investitura del re, dopo aver capeggiato un’insurrezione, da lui stesso chiamata “marcia su Roma”, quasi senza spargimento di sangue. Anche lui era stupito per la rapidità del successo. Alle 10.50 del 31 ottobre, alla folla che lo accolse alla stazione di Roma, Mussolini disse: «Sono venuto a Roma per dare un governo alla Nazione. Tra poche ore la nazione non avrà solo un ministro: avrà un governo». Niente, nelle giornate della “marcia su Roma”, avvenne come fu poi rappresentato dalla mitologia del regime fascista, con trecentomila squadristi bellicosamente armati, guidati da un duce indomito, eroicamente lanciati alla conquista della capitale fra innumerevoli nemici, fino al trionfo finale.

A quasi cento anni dalla “marcia su Roma”, c’è ancora disaccordo fra gli storici sull’evento che portò il fascismo al potere, e su cosa ha rappresentato nella storia italiana ed europea. Non fu una rivoluzione, ma un’ “opera buffa”, affermò lo storico antifascista Gaetano Salvemini negli anni Quaranta. Di recente, uno storico britannico ha ripetuto che la “marcia su Roma” fu, in realtà, “poco più che una trascurabile adunata di utili idioti”. Di fronte a simili giudizi, una domanda è inevitabile: come è stato possibile che un’opera buffa o una trascurabile adunata di utili idioti, abbia dato origine a uno dei fenomeni tragici del ventesimo secolo, che assunse dimensioni europee e lanciò una sfida formidabile alla democrazia, al liberalismo, al socialismo, al comunismo, con l’ambizione di fondare una nuova civiltà imperiale, totalitaria e razzista?

Seguire le fasi dell’esperimento totalitario messo in opera dal fascismo per un ventennio di incontrastato dominio, è l’unico modo per comprendere che cosa è stata storicamente la rivoluzione fascista nella storia dell’Italia e dell’Europa.

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