Anna Toscano e la morte compagna con cui sedersi a tavola

La scrittrice veneziana  e la sua personale Spoon River: una voce forte, mai retorica, dove la dipartita non ha impennate solenni



La morte è indubbiamente motore primo di ogni stimolo artistico. È creativa, la fine, quella che Goliarda Sapienza chiamava «La certa», quella di Whitman, Raboni, Bertolucci, Luzi, Cucchi, De Angelis e infinità di altri autori in versi, ognuno con la sua voce, ognuno con la sua prospettiva ed esperienza. È indubbio che se non ci si incastra lì, non si ha moltissimo da dire, in letteratura. Basti pensare ai maggiori poeti o romanzieri. A scavare nelle loro biografie compare quasi sempre il trauma o lo shock di una fine prematura, che fa di quegli autori delle sensibilità interrotte. E perciò esasperate, sempre alla ricerca di una spiegazione, qualcosa che possa darci un senso nell’evidente non senso da cui siamo abitati.


Rielaborando la lezione di Goliarda Sapienza, la poetessa veneziana Anna Toscano esce ora con “Al buffet con la morte” (La vita felice, pag. 70, euro 12,00). Si presenta come un libro asciutto, con una struttura semplice e precisa, il tema è quello evidenziato nel titolo. Ma non traspare alcuna retorica, tanto meno pedanteria concettuale. Come dice Antonella Cilento in postfazione, forse siamo di fronte al libro più alto di Toscano, più maturo. Ed è vero. La voce è forte, dotata di un’estrema pulizia, quasi chirurgica. Non si sprecano parole, la morte in fondo viene trattata come una vecchia compagna con cui sedersi a tavola, una capace di far «cadere la forchetta a mio padre» o rovesciare «l’acqua a mia madre». Insomma il preludio è ironico e non può non venire in mente una poetessa che dell’ironia ha fatto un bisturi concettuale, Wislawa Szymborska, lì dove ci dice “Sulla morte senza esagerare” che “occupata a uccidere/lo fa in modo maldestro”.

Toscano fa della sua personale Spoon River uno strumento collettivo, sostenuto da elementi ordinari, ricordi che potrebbero essere i nostri di madri, padri, amici, maestri: frasi, circostanze, oggetti domestici come una coperta fatta a mano o quella volta che qualcuno ha detto «Il ragù mettilo su tu».

Il lato tragico c’è, è logico, si consuma in quello stato d’abbandono che la morte evidenzia, come chi non vorrebbe morire solo, come chi muore perché vuole morire solo. E indubbiamente lirica è la sezione finale, dove la dipartita è pensata come un’epica del quotidiano, senza sbavature o impennate solenni. C’è chi evita di pensare alla propria fine, non sopporta neppure di immaginarla. Toscano ci restituisce la sua, un coro di affetti, forse, che ci verranno incontro, offerti in una poesia struggente. O forse: “non sarà così/sarà un attimo e poi niente”. —

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